I Disturbi Specifici dell’Apprendimento

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I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) identificano deficit che coinvolgono uno specifico dominio di abilità, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. I DSA interessano infatti le competenze strumentali degli apprendimenti scolastici e sulla base del deficit funzionale sono state distinte le seguenti categorizzazioni diagnostiche: dislessia evolutiva (lettura), disortografia e disgrafia (scrittura) e discalculia (calcolo).

La dislessia evolutiva è il disturbo che coinvolge l’automatizzazione dei processi di lettura. Il soggetto dislessico mostra grande difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nell’apprendere la decifrazione dei segni linguistici. La sua lettura appare lenta e scorretta.

La disortografia è un insieme variegato di difficoltà nell’area della scrittura, legate alla componente linguistica di transcodifica, ovvero di conversione dei suoni linguistici in grafemi. Nell’area della scrittura, se la compromissione riguarda la componente motoria legata alla realizzazione grafica, si parla di disgrafia.

Con il termine discalculia infine si vanno ad identificare quelle difficoltà relative all’elaborazione numerica e agli automatismi nei processi di calcolo. Le abilità sottese alle prove di calcolo sono le componenti di comprensione e produzione del sistema del numero. Queste sono dissociate a livello neurobiologico, e danno forma a diverse sfaccettature del disturbo.

Si tratta  di disturbi disturbi distinti, ma che spesso nella pratica clinica risultano associati tra loro.

La diffusione del disturbo all’interno della popolazione italiana non è ancora chiaro. Il MIUR nell’anno scolastico 2014/2015 ha rilevato la percentuale di alunni e studenti con DSA iscritti al sistema nazionale di istruzione. I risultati parlano di 2,1% di bambini/ragazzi con certificazione DSA (186.803 alunni/studenti su un totale di 8.845.984). In particolare l’1,6% della scuola primaria, il 4,2% alla scuola secondaria di primo grado e il 2,5% alla scuola secondaria di secondo grado (MIUR).

Quali segnali?

I segnali di vulnerabilità nell’acquisizione di specifiche competenze sono visibili già sul finire della scuola materna: difficoltà nel linguaggio, motricità fine, coordinazione visuo-motoria e difficoltà metafonologiche possono costituire un indice di rischio. Tali segnali sono importanti da osservare, affinché l’identificazione del disturbo non sia tardiva. Anche prima del raggiungimento dell’età in cui i DSA sono diagnosticabili, l’osservazione di difficoltà marcate e un trattamento precoce sono indici prognostici positivi.

La diagnosi

La procedura diagnostica prevede l’approfondimento del disturbo mediante l’utilizzo di strumenti standardizzati, attraverso cui arrivare alla diagnosi nosografica e funzionale (Consensu Conference-2007). Il percorso diagnostico dev’essere fatto in strutture pubbliche o private accreditate, in cui è presente un’equipe multidisciplinare composta da Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista ed eventuali altre figure sanitarie (I DSA e gli altri BES, indicazioni per la pratica professionale CNOP 2016). Per la dislessia evolutiva, disgrafia e disortografia è possibile effettuare una diagnosi di DSA dalla fine della classe seconda della scuola primaria. Per la discalculia è necessario attendere la fine della classe terza.

Dopo la diagnosi

Accertata la diagnosi di DSA è fondamentale la presa in carico del soggetto:

“Si definisce presa in carico il processo integrato e continuativo attraverso cui deve essere garantito il governo coordinato degli interventi per favorire la riduzione del disturbo, l’inserimento scolastico, sociale e lavorativo dell’individuo, orientato al più completo sviluppo delle sue potenzialità” (Consensus Conference).

È fondamentale che l’intervento veda specialisti, genitori e scuola coinvolti in un lavoro coordinato e di rete. È infatti imprescindibile l’avvio di un lavoro che tenga conto della persona a livello globale (a livello cognitivo, emotivo ed affettivo) in relazione ai contesti di vita in cui è inserita.

L’intervento successivo alla diagnosi può essere di due tipi, a seconda degli obiettivi. Esso infatti può avere come finalità quella riabilitativa (di recupero, acquisizione e sviluppo di competenze), oppure compensativa con l’utilizzo di strumenti e strategie capaci di compensare le difficoltà presenti. L’intervento riabilitativo dev’essere predisposto il più velocemente possibile e va interrotto quando l’effetto non sposta la prognosi naturale del disturbo. I criteri che orientano la scelta del tipo di trattamento sono il tipo e la gravità del disturbo, l’età del soggetto, il livello di risorse individuali e di rete ed infine le offerte riabilitative presenti sul territorio. Gli interventi dispensativi e compensativi non risolvono la difficoltà del soggetto. Consistono in strategie e strumenti che rendono l’individuo capace di compensare le difficoltà, permettendogli di raggiungere obiettivi di apprendimento in relazione alle potenzialità personali, in linea con i coetanei. Per misure dispensative si intendono tutte quelle pratiche che riguardano la dispensa da alcune prestazioni (es lettura ad alta voce), la predisposizione di tempi personalizzati per la realizzazione di alcuni compiti e differenti calibrature per la valutazione. Le misure compensative, riguardano invece l’utilizzo di strumenti (es calcolatrice) capaci di compensare quelle abilità strumentali che risultano compromesse. La valutazione della messa in campo delle misure dispensative e compensative non può prescindere dalla diagnosi clinica e funzionale, in quanto è marcata la variabilità individuale.

Oltre agli aspetti legati all’apprendimento, sia nella fase diagnostica che in quella successiva è fondamentale un’attenzione privilegiata ai vissuti emotivi del bambino e dei genitori, in relazione alle difficoltà sperimentate. Essendo la persona molto capace in ambiti differenti da quello del deficit, è possibile che si costruisca l’immagine del “fannullone” e che si sviluppino incomprensioni, legate alla discrepanza tra i risultati e l’impegno al compito. Essendo inoltre presente una marcata familiarità, le difficoltà del figlio possono far emergere “vecchi fantasmi” e nuovi dolori. È fondamentale quindi una presa in carico della coppia genitoriale affinché si strutturi uno spazio: in cui possano esser pensati i vissuti emotivi legati alle difficoltà del figlio, tenendo anche conto della presenza di altri figli; in cui possano esser adeguatamente sostenuti nel compito genitoriale trovando le giuste strategie per accompagnare il figlio nella rielaborazione e nel trattamento del disturbo.

A livello scolastico, la calibratura del corretto inserimento di tali strategie avviene attraverso la stesura del PDP (Piano Didattico Perosnalizzato). Il DM n. 5669/11 dichiara:

“La scuola garantisce ed esplicita, nei confronti di alunni e studenti con DSA, interventi didattici individualizzati e personalizzati, anche attraverso la redazione di un Piano didattico personalizzato”.

Il PDP diversifica le metodologie, i tempi e gli strumenti di attuazione del programma, che rimane comune a quello del resto della classe.