Il lutto al tempo del coronavirus – ispirato da “Le Margherite” di Ascanio Celestini

Il bellissimo racconto di Ascanio Celestini emoziona e apre il sipario sul tema del lutto al tempo del coronavirus.

L’elaborazione del lutto è un processo dinamico che porta la persona ad attribuire un senso e un significato personale alla morte della persona cara. È caratterizzato dal passaggio di diverse fasi e si può dire concluso quando “il pensiero della persona deceduta suscita nostalgia anziché disperazione e quando si può accedere, senza sprofondare nel dolore, al pensiero di quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere e non sarà e quello che invece potrà essere” (P. Gelati).

La situazione emergenziale legata al coronavirus ha determinato alcune complicazioni nell’avvio del processo di rielaborazione del lutto, che oggi può essere ancora sospeso o complicato nella sua risoluzione.

La storia di Ascanio Celestini delinea i contorni dei momenti antecedenti l’evento luttuoso, così come sono accaduti in tante famiglie colpite dall’evento. La signora Ventisini si ammala, la sintomatologia è quella tipica del coronavirus e la figlia si ritrova a vivere momenti di preoccupazione intensa, per il quadro sintomatologico, alternati a momenti di rassicurazione. Un elemento di discontinuità rispetto ad altre situazioni è l’assenza fisica del medico curante e la presenza di una relazione di cura a distanza. Quel medico che è ben conosciuto nelle case per la sua disponibilità e per il suo esserci sempre stato. E in quella assenza fisica prendono piede la speranza che non sia qualcosa di grave e successivamente lo sconforto per l’essersi sentiti lasciati soli.

Il distacco dalla persona malata, durante questa emergenza, è di per sé un fatto traumatico. Il personale di soccorso arriva munito di tutti i dispositivi di protezione individuale necessari alla protezione dal virus e così, come nella storia, il distacco avviene con spavento, senza contatto e senza possibilità di seguire la persona cara laddove viene trasportata.

Ecco che nella narrazione la signora Anna offre un sostegno prezioso, sollecitando la figlia della signora Ventisini a prendersi lo spazio del saluto, lo spazio in cui poter dire un’ultima cosa. Manca il corpo, la possibilità di vegliare il morto, di accompagnarlo alla sepoltura e di vivere il momento del distacco nella sua dimensione individuale e anche sociale.

La complicazione del lutto è ben descritta in quella perdita di capacità di prendersi cura di sé. La figlia, che ha sempre curato la madre fino all’ultimo e che, nonostante le ristrettezze economiche non ha mai mancato di curare la sua persona, ora ha bisogno che qualcun altro per qualche tempo si prenda cura di lei e dei suoi bisogni.

Anche la rabbia, verbalizzata da Anna contro il sistema e contro chi si oppone alla dignità del rituale di accompagnamento alla morte, parla della complicazione del lutto al tempo del coronavirus.

Il finale infine apre all’avvio della rielaborazione del lutto e all’apertura verso un futuro, pensabile anche in assenza della persona deceduta. Nel racconto, i protagonisti si dirigono al campo santo per prelevare le ceneri. Lì c’è la possibilità finalmente di condividere il rito e di ritornare attivi, attraverso la possibilità scegliere e agire: la figlia può scegliere i fiori giusti per la madre e scegliere le margherite del prato al posto dei crisantemi, perché “La mamma è morta in aprile”.

E proprio il cogliere insieme le margherite offre l’occasione concreta di condivisione del momento e nel campo fiorito si apre la dimensione del futuro  «”qui c’è un albero di nespole”, fa la figlia della Ventisini , “è pieno di frutti. Dobbiamo ricordarci di venire a raccoglierle ‘ste’state” ».

Alcuni spunti per affrontare la morte di una persona cara in questo momento storico:

  • Organizzare, non appena possibile, un momento di saluto collettivo, per riavviare il meccanismo di elaborazione del lutto rimasto in sospeso.
  • Narrare collocando nel tempo i ricordi e le emozioni ad essi collegate. La narrazione rinnova il senso di appartenenza, lacerato dalla perdita, e rende possibile l’espressione e la comunicazione delle emozioni connesse all’addio. Può essere verbale, scritta, grafica e partire da storie e racconti. È un valido strumento di rielaborazione sia per gli adulti che per i bambini.
  • Scrivere, provando a tradurre in parola ciò che si prova, sotto forma di diario o di lettera: l’atto di traduzione in parola permette di incrementare la chiarezza delle emozioni ed affetti che si provano. La traduzione in parola di emozioni e di affetti rende possibile la comunicazione e condivisione dei propri stati affettivi; questo permette di sperimentare un canale di sfogo delle emozioni negative, che non sia solo evacuativo come il pianto, ma anche costruttivo.
  • Dedicare del tempo al ricordo della persona, soffermandosi non solo sugli ultimi momenti ma sull’intera vita. Almeno un momento al giorno ci si può lasciare andare ai ricordi, sfogliando fotografie e oggetti della persona cara.
  • Condividere le proprie emozioni e i ricordi con altre persone, anche se a distanza. È importante che i ricordi, in modalità adeguata all’età, possano essere condivisi anche con i bambini.
  • Darsi il tempo di scorgere dentro noi stessi delle eredità positive, che la relazione con la persona defunta ha lasciato in noi. Questo è utile per passare dal vissuto della perdita totale della persona cara, alla consapevolezza che vivrà per sempre nel nostro ricordo e nei gesti o nelle abitudini che sono rimaste nei vivi.

“La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata. – mi spiegò mia madre poco prima di andarsene. – Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te.” Isabel Allende