Sentirsi VICINI nostante mascherina e distanze!

Il distanziamento sociale, da rispettare in quanto strumento utile di contenimento della diffusione del virus e di protezione reciproca, è importante che non si trasformi in lontananza relazionale. È necessario che i bambini siano accompagnati in questa fase a prestare attenzione a tutti i segnali che permettono di sentire l’altro affettivamente vicino, nonostante la nuova distanza fisica che la situazione emergenziale impone. Tale distanza, infatti, non pregiudica la possibilità che si possa sentire l’altro vicino prestando attenzione a segnali diversi, che siamo poco abituati a cogliere, oppure costruendo delle nuove ritualità relazionali condivise.

È necessario in primo luogo che noi adulti ci interroghiamo su quali elementi possano darci la giusta dose di tranquillità e fiducia. Se il sistema di allarme dell’adulto è eccessivamente attivato, infatti, è possibile che sia trasmesso ai figli un senso di pericolo legato alla relazione. Questo rischia di creare un forte sofferenza emotiva, in quanto siamo esseri fortemente relazionali e bisognosi del confronto e della vicinanza affettiva dell’altro. La costruzione di un senso di allarme potrebbe far percepire le relazioni come pericolose e strutturare un profondo senso di solitudine interno. È allora fondamentale che il genitore si interroghi su quali siano gli strumenti che possano garantire una buona efficacia protettiva, affinché sia nuovamente possibile vivere la presenza relazionale dell’altro come piacevole e sicura.

E come aiutare i bambini a riconoscere la vicinanza emotiva dell’altro nonostante il distanziamento? Il gioco è una buona modalità!

Alleniamoci a riconoscere le emozioni dell’altro nonostante il viso sia coperto dalla mascherina

Gioco 1: mettersi in cerchio e a turno nominare un’emozione e una situazione ad essa correlata. È utile che le emozioni si ripetano per ogni persona presente nel cerchio, in quanto ogni partecipante le assocerà a situazioni differenti!  È prezioso che si mettano in gioco anche gli adulti, in modo che l’attività si concretizzi come occasione di condivisione e reciproca conoscenza. Terminare il giro quando le emozioni principali sono state nominate da tutti i partecipanti (gioia, tristezza, rabbia, paura … ma anche disgusto ecc.). Ora ritagliare tanti foglietti di carta quante sono le emozioni nominate da ogni partecipante. Su ogni foglietto scrivere un’emozione e la situazione che la caratterizza, raccontata in cerchio poco prima. Al termine inserire in una scatola o in una calza i foglietti e mescolare bene. Indossare la mascherina e posizionarsi in cerchio. A turno estrarre un bigliettino, alzarsi in piedi e mimare la situazione scritta, con particolare attenzione all’emozione. Il gruppo dovrà indovinare l’emozione mimata!

Questo gioco permette prima di tutto di condividere le emozioni e di vedere come esse siano vissute e legate a situazioni per ognuno diverse. In secondo luogo poter mimare la situazione proposta da altri partecipanti permette di conoscersi un po’ di più. Infine permette di prestare attenzione a tutta la mimica corporea che si attiva quando esprimiamo un’emozione! Nonostante la mascherina copra gran parte del volto è assolutamente possibile sentire emotivamente cosa prova l’altro, attraverso lo sguardo e il linguaggio verbale e non verbale del suo corpo.

Gioco 2: stampare le coppie di occhi in allegato. Prendere 12 fogli e su ognuno incollare una coppia di occhi e disegnare, divertendosi con l’immaginazione, un viso che indossa una mascherina. Potrebbe essere una bambina oppure un bambino, con capelli corti oppure lunghi ecc. Ora, per ogni coppia di occhi inventare una storia. Chi è? Come si chiama? Come si sente? Che cosa è successo per farlo sentire così? Come sarà la sua bocca sotto la mascherina? Il gioco diventa un vero e proprio laboratorio delle emozioni! Se avete voglia scrivetemi le vostre storie, sarò molto curiosa di leggerle!

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Distanti ma vicini…come?

Per sostenere i bambini nella comprensione del distanziamento fisico, ed allenarli a tenere tra loro almeno un metro di distanza, è possibile organizzare dei momenti di condivisione e di gioco, in cui la distanza tra ogni bambino sia segnalata.

Uno strumento utile possono essere gli hula hoop (o anche i cerchi da fitness decisamente più economici!), colorati e già strumento di gioco per i bambini. Questi possono essere utilizzati per far comprendere al bambino di dover immaginare un cerchio di protezione attorno a sé.

Per far sperimentare l’essere vicini affettivamente, anche se lontani, organizziamo un’attività condivisa cui i bambini parteciperanno mantenendo le giuste distanze.

Ad esempio è possibile proporre ai bambini la lettura di un libro. Posizionare in cerchio gli hula hoop e chiedere ai bambini di sedersi all’interno. Anche il lettore occuperà uno spazio del cerchio. Attraverso la lettura della storia si apriranno le porte dell’immaginazione dei bambini, che affronteranno e condivideranno un’avventura, vicini affettivamente seppur distanti!

A voi la creatività nell’inventare altri giochi con i cerchi, staffette, giochi a premi… attività che facciano divertire i bambini facendogli sentire quanto il distanziamento fisico non sia affatto relazionale!

Come salutarsi?

È importante che si creino nuovi ritualità di saluto dell’altro, che facciano nuovamente sentire la vicinanza e l’unicità del legame.

Se non è più possibile abbracciarsi, cosa si può fare? C’è chi si divertirà a salutarsi toccando i bordi delle scarpe, chi potrà fare l’occhiolino o dei gesti della mano, secondo un codice condiviso solo dai membri di quella relazione specifica. Se lasciati alla libera immaginazione i bambini possono creare infinite modalità nuove di saluto con l’altro.

In casa possiamo proporre dei momenti di gioco in cui pensare queste nuove ritualità, legittimando così i bambini ad esplorare nuovi saluti quando incontreranno gli amici.

Libero spazio alla vostra creatività e se avete voglia raccontatemi quali nuovi saluti avete pensato!

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Elaborazione in corso…
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Adolescenza e migrazione

L’adolescenza è la fase della vita di transizione dall’infanzia all’età adulta. L’adolescente è chiamato a rispondere a dei compiti evolutivi fase specifici, tra cui troviamo la costruzione dell’identità adulta nella fase di separazione ed individuazione dalla famiglia di origine, la scelta di un sistema di valori autonomo e la mentalizzazione del corpo sessuato. Il tema migratorio complessifica la formazione identitaria, rendendo ancor più evidenti gli aspetti intrapsichici ed interpsichi del processo.

La visione della quarta stagione della serie SKAM Italia offre degli spunti per un approfondimento sul tema.

Per Psiconline.it ho scritto un articolo su questa tematica … buona lettura!

https://www.psiconline.it/articoli/infanzia-e-adolescenza/straniero-a-chi-la-costruzione-dell-identita-quando-l-adolescenza-incontra-la-migrazione.html

Cosa ci insegna la favola “la lepre e la tartaruga”

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: - Nessuno può battermi in velocità - diceva. - Sfido chiunque a correre come me. La tartaruga, con la sua solita calma, disse: - Accetto la sfida. - Questa è buona! - esclamò la lepre; e scoppiò a ridere. - Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. - Vuoi fare questa gara? Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino. La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara. La tartaruga sorridendo disse: "Non serve correre, bisogna partire in tempo."  (Esopo)

Mi è capitato per caso di rileggere la favola di Esopo e da qui è nata una breve riflessione sui messaggi che trasmette, legati sia all’educazione dei nostri figli sia al modo di vivere di noi adulti, spesso affannati e stressati nella perenne sfida contro il tempo.  

Prima di tutto la favola ci insegna l’importanza di non essere presuntuosi e di non sottovalutare mai gli altri. “La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me”.  

In secondo luogo, ci insegna che, anche se in condizione di svantaggio, è possibile raggiungere molti traguardi con determinazione, calma e pazienza. Tutti nel percorso di crescita devono fare i conti con i propri limiti. È possibile apprendere e mettersi realmente in gioco solo se si ha la fiducia di poter raggiungere il traguardo con l’impegno e la determinazione e non perché talentuosi dalla nascita. La società narcisistica di oggi rischia di non valorizzare adeguatamente la fatica e l’impegno, piegandosi a una rincorsa costante di visibilità e ammirazione che rende soprattutto gli adolescenti più fragili, nell’affrontare il percorso psichico di accettazione dei limiti e rielaborazione dell’onnipotenza infantile.  

Infine la storia ci fa riflettere sull’importanza di sincronizzarsi nuovamente con il tempo naturale. È la società che ci impone un ritmo di vita frenetico e l’assenza di sintonizzazione con il proprio tempo naturale è spesso fonte di grande stress tanto per gli adulti, quanto per i bambini. La tartaruga sa bene dove andare, ha chiaro l’obiettivo da perseguire e passo dopo passo si avvicina al traguardo. Se la velocità è il solo elemento che influenza il nostro agire, ne usciamo invece disorientati e nella condizione di rincorrere affannosamente una meta senza riuscirci, come la lepre che invano cerca di tagliare il traguardo.

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Il lutto al tempo del coronavirus – ispirato da “Le Margherite” di Ascanio Celestini

Il bellissimo racconto di Ascanio Celestini emoziona e apre il sipario sul tema del lutto al tempo del coronavirus.

L’elaborazione del lutto è un processo dinamico che porta la persona ad attribuire un senso e un significato personale alla morte della persona cara. È caratterizzato dal passaggio di diverse fasi e si può dire concluso quando “il pensiero della persona deceduta suscita nostalgia anziché disperazione e quando si può accedere, senza sprofondare nel dolore, al pensiero di quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere e non sarà e quello che invece potrà essere” (P. Gelati).

La situazione emergenziale legata al coronavirus ha determinato alcune complicazioni nell’avvio del processo di rielaborazione del lutto, che oggi può essere ancora sospeso o complicato nella sua risoluzione.

La storia di Ascanio Celestini delinea i contorni dei momenti antecedenti l’evento luttuoso, così come sono accaduti in tante famiglie colpite dall’evento. La signora Ventisini si ammala, la sintomatologia è quella tipica del coronavirus e la figlia si ritrova a vivere momenti di preoccupazione intensa, per il quadro sintomatologico, alternati a momenti di rassicurazione. Un elemento di discontinuità rispetto ad altre situazioni è l’assenza fisica del medico curante e la presenza di una relazione di cura a distanza. Quel medico che è ben conosciuto nelle case per la sua disponibilità e per il suo esserci sempre stato. E in quella assenza fisica prendono piede la speranza che non sia qualcosa di grave e successivamente lo sconforto per l’essersi sentiti lasciati soli.

Il distacco dalla persona malata, durante questa emergenza, è di per sé un fatto traumatico. Il personale di soccorso arriva munito di tutti i dispositivi di protezione individuale necessari alla protezione dal virus e così, come nella storia, il distacco avviene con spavento, senza contatto e senza possibilità di seguire la persona cara laddove viene trasportata.

Ecco che nella narrazione la signora Anna offre un sostegno prezioso, sollecitando la figlia della signora Ventisini a prendersi lo spazio del saluto, lo spazio in cui poter dire un’ultima cosa. Manca il corpo, la possibilità di vegliare il morto, di accompagnarlo alla sepoltura e di vivere il momento del distacco nella sua dimensione individuale e anche sociale.

La complicazione del lutto è ben descritta in quella perdita di capacità di prendersi cura di sé. La figlia, che ha sempre curato la madre fino all’ultimo e che, nonostante le ristrettezze economiche non ha mai mancato di curare la sua persona, ora ha bisogno che qualcun altro per qualche tempo si prenda cura di lei e dei suoi bisogni.

Anche la rabbia, verbalizzata da Anna contro il sistema e contro chi si oppone alla dignità del rituale di accompagnamento alla morte, parla della complicazione del lutto al tempo del coronavirus.

Il finale infine apre all’avvio della rielaborazione del lutto e all’apertura verso un futuro, pensabile anche in assenza della persona deceduta. Nel racconto, i protagonisti si dirigono al campo santo per prelevare le ceneri. Lì c’è la possibilità finalmente di condividere il rito e di ritornare attivi, attraverso la possibilità scegliere e agire: la figlia può scegliere i fiori giusti per la madre e scegliere le margherite del prato al posto dei crisantemi, perché “La mamma è morta in aprile”.

E proprio il cogliere insieme le margherite offre l’occasione concreta di condivisione del momento e nel campo fiorito si apre la dimensione del futuro  «”qui c’è un albero di nespole”, fa la figlia della Ventisini , “è pieno di frutti. Dobbiamo ricordarci di venire a raccoglierle ‘ste’state” ».

Alcuni spunti per affrontare la morte di una persona cara in questo momento storico:

  • Organizzare, non appena possibile, un momento di saluto collettivo, per riavviare il meccanismo di elaborazione del lutto rimasto in sospeso.
  • Narrare collocando nel tempo i ricordi e le emozioni ad essi collegate. La narrazione rinnova il senso di appartenenza, lacerato dalla perdita, e rende possibile l’espressione e la comunicazione delle emozioni connesse all’addio. Può essere verbale, scritta, grafica e partire da storie e racconti. È un valido strumento di rielaborazione sia per gli adulti che per i bambini.
  • Scrivere, provando a tradurre in parola ciò che si prova, sotto forma di diario o di lettera: l’atto di traduzione in parola permette di incrementare la chiarezza delle emozioni ed affetti che si provano. La traduzione in parola di emozioni e di affetti rende possibile la comunicazione e condivisione dei propri stati affettivi; questo permette di sperimentare un canale di sfogo delle emozioni negative, che non sia solo evacuativo come il pianto, ma anche costruttivo.
  • Dedicare del tempo al ricordo della persona, soffermandosi non solo sugli ultimi momenti ma sull’intera vita. Almeno un momento al giorno ci si può lasciare andare ai ricordi, sfogliando fotografie e oggetti della persona cara.
  • Condividere le proprie emozioni e i ricordi con altre persone, anche se a distanza. È importante che i ricordi, in modalità adeguata all’età, possano essere condivisi anche con i bambini.
  • Darsi il tempo di scorgere dentro noi stessi delle eredità positive, che la relazione con la persona defunta ha lasciato in noi. Questo è utile per passare dal vissuto della perdita totale della persona cara, alla consapevolezza che vivrà per sempre nel nostro ricordo e nei gesti o nelle abitudini che sono rimaste nei vivi.

“La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata. – mi spiegò mia madre poco prima di andarsene. – Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te.” Isabel Allende

PreAdolescenza

In pre-adolescenza, la parte del cervello più attiva è quella che presiede eccitazioni ed emozioni, mentre quella del ragionamento è ancora in fase di costruzione. Si vive qui e ora, in un eterno presente.

Alberto Pellai

La preadolescenza è quell’età di transizione tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza. È una sorta di “terra di mezzo” (Bignamini, 2018) in cui non si è più bambini ma non ancora adolescenti.

Spesso si confondono caratteristiche tipiche di questa fase con tratti dell’adolescenza vera e propria e il rischio è quella di caratterizzarla per quello che avviene prima o per quello che sarà dopo.

Cosa aspettarsi?

Prima di tutto la metamorfosi del corpo. Con l’arrivo della pubertà il corpo perde i tratti angelici dell’infanzia e il divenire di trasformazioni, non sempre armoniche, porta con sé un profondo stravolgimento emotivo. Il corpo e la mente sono sempre interconnessi e allo sviluppo genitale si accompagna la produzione di nuovi ormoni (testosterone, progesterone ed estrogeni) responsabili di modificazioni a livello affettivo ed emotivo. Per le ragazze la tappa ufficiale che sancisce l’uscita dall’infanzia è la prima mestruazione. L’arrivo del menarca rende concreta la percezione dei propri organi genitali interni e i vissuti emotivi possono alternarsi tra orgoglio, per essere diventata una donna, e angoscia, per la ferita invisibile interna e il dolore che le accompagna. L’arrivo della pubertà per i maschi rimane invece un fatto privato, legato alle prime eiaculazioni. Esso ha però lo stesso impatto, rispetto all’avvento di uscita dal tempo dell’infanzia con l’ingresso nel mondo dei grandi.

La preadolescenza è caratterizzata da una profonda disarmonia che vede un’anticipazione dello sviluppo fisico rispetto a quello affettivo e cognitivo. L’arrivo della pubertà in età sempre più precoci ha messo ancora di più in luce questo aspetto, in quanto all’anticipazione di cambiamenti biologici e fisici non si accompagna una precocizzazione dello sviluppo affettivo e cognitivo. Ecco che i ragazzi si ritrovano un corpo già grande, senza le competenze affettive e cognitive per pensarlo ed utilizzarlo.  

Cambia anche il pensiero. Secondo lo sviluppo cognitivo suggerito da Piaget, dagli 11 anni in poi i ragazzi diventano sempre più capaci di slegarsi dalle circostanze concrete in favore di un pensiero astratto. Questa è stata definita la fase delle operazioni formali: il ragionamento ipotetico-deduttivo permette di creare scenari puramente immaginativi e la messa in atto di vari tipi di azione. Durante questa fase si sviluppano: la capacità di giudizio, la relatività dei punti di vista, le operazioni sui simboli e l’attività di misurazione. Lo sviluppo del pensiero è però un processo lento e l’acquisizione di capacità avviene gradualmente. Si avviano i primi pensieri astratti e le prime teorizzazioni autonome, che non sono ancora raffinate come quelle di un adolescente. Il linguaggio del preadolescente è ancora grezzo, poco articolato e poco complesso. Queste nuove capacità di pensiero sollecitano una nuova voglia di affermazione: i preadolescenti iniziano a mettere in discussione le opinioni e le teorie degli adulti. Non bisogna però interpretare questi movimenti come segnali di un’emancipazione vera e propria, tipica dell’adolescenza.

La preadolescenza porta con sé un vero e proprio sconvolgimento emotivo. Il bambino lascia il posto al ragazzo irrequieto, nervoso e sfrontato. È possibile osservare come il comportamento si faccia più impetuoso e a volte incomprensibile, anche per il ragazzo stesso. L’anticipazione di cambiamenti prima nel corpo che nelle capacità affettive e cognitive, determina una caratteristica scissione mente- corpo, tipica di questa fase. Il pensiero non può ancora tradurre in simbolo gli avvenimenti, che accadono concretamente nel corpo, e le emozioni sono agite e portate in una dimensione ancora concreta. Sarà compito dell’adolescenza la simbolizzazione delle trasformazioni e le integrazioni di queste nella costruzione identitaria. I ragazzi in questa fase possono sperimentare vergogna ed imbarazzo per un corpo che ha perso l’equilibrio dell’infanzia e dovrà subire ancora molte metamorfosi prima di acquisire un nuovo equilibrio, nelle forme adulte. Può comparire la paura profonda legata al come quel corpo sarà una volta adulto, e la profonda tristezza per la perdita delle sicurezze dell’infanzia. La preadolescenza è inoltre l’età in cui iniziare a fare i conti con i limiti, lasciando la grandiosità e l’onnipotenza tipiche dell’infanzia. Noia e apatia, possono caratterizzare le giornate. La noia protegge da vissuti emotivi forti e non ancora comprensibili con il pensiero e spiegabili a parole. Possono inoltre presentarsi improvvisi malumori o silenzi ostinati e gesti di rabbia. Questi non sono ancora espressione dell’attacco ai modelli genitoriali, ma manifestazione della tempesta emotiva non ancora pienamente governabile dal pensiero.

Le trasformazioni fisiche, emotive e di pensiero portano all’avvio di un nuovo percorso di separazione ed individuazione, che porterà, al termine dell’adolescenza, alla costruzione identitaria. Il preadolescente deve iniziare a scoprire se stesso e a sperimentare scelte autonome. In questo, il gruppo di amici gioca un ruolo fondamentale, connotato da legami scelti al di fuori delle preferenze degli adulti. In preadolescenza un ruolo importante è svolto dalla comparsa dell’amico/a del cuore. Questa figura, di solito coetanea e dello stesso sesso, svolge un ruolo fondamentale. L’amico, così vicino e simile, rassicura e sgrava dai sentimenti di solitudine che si collegano ai primi movimenti di separazione dalle figure genitoriali. L’amico del cuore non rischia di incastrare in una relazione infantilizzante ed essendo così simile, attraverso il rispecchiamento reciproco, permette di sentirsi simili e diversi, avviando il processo di sperimentazione e ricerca di sé, alla base della costruzione identitaria futura. Anche il gruppo svolge un ruolo prezioso in preadolescenza, in quanto diviene la scena sociale in cui poter dare avvio alla sperimentazione e presentazione delle parti di sé in formazione. In preadolescenza, a differenza di quanto avviene nelle fasi successive, compare il bisogno di essere uguali agli altri. Le richieste di abbigliamento, giochi ecc in serie, parla del bisogno di sentirsi rassicurati rispetto all’essere come gli altri e quindi adeguati. Il tempo dell’adolescenza sarà invece quello della differenziazione e della ricerca di Sé.

La scuola? L’ingresso alla scuola secondaria di primo grado impone una grande rivoluzione, con l’uscita da un ambiente accogliente e materno come quello della scuola primaria. È richiesta una maggiore capacità di tenuta dell’attenzione e le menti dei ragazzi sono sollecitate su nuovi apprendimenti, sempre più complessi. È bene che il preadolescente inizi a sperimentare nuovi livelli di autonomia, nella preparazione dei compiti e delle interrogazioni.  La scuola non è solo il luogo dell’apprendimento, ma è anche lo scenario di sperimentazione del nuovo sé in formazione. I ragazzi portano tra i banchi non solo lo studente, preparato o impreparato, ma portano soprattutto il ragazzo in evoluzione e trasformazione.Lo studio è permeato quindi di questioni che non sono solo connesse all’apprendimento, ma alla crescita e alla sperimentazione del Sé. La scuola può essere il luogo entro cui si giocano conflitti interiori, legati alla separazione dalla famiglia o alle paure legate alla crescita.

E i social network? I preadolescenti sono abili utilizzatori di risorse digitali. È importante ricordarsi che l’immediatezza di utilizzo non rispecchia l’acquisizione di un uso competente e soprattutto consapevole. Per quanto siano apparentemente già capaci di utilizzare internet e social, l’adulto non deve mai dimenticare di dover restare un riferimento educativo. Internet e i social network sono strumenti utilissimi, permettono esperienze di socializzazione, ormai imprescindibili, e proprio per questo è fondamentale che gli adulti siano educatori affinché i ragazzi possano essere in condizione di usare questi strumenti in modo consapevole e di sostegno alla crescita. 

 Letture consigliate :

 Bignamini S. (2018) I mutanti. Come cambia un figlio preadolescente, ed Solferino Vegetti Finzi S., Battistin A.M. (2000) L’età incerta. I nuovi adolescenti, ed. Oscar Mondadori

Il benessere psicofisico degli operatori al tempo del COVID-19

Articolo scritto e pubblicato nel blog di Sociosfera Onlus

Si può definire lo stress come una “spinta a reagire” esercitata sull’organismo da diversi stimoli sia esterni all’individuo, sia interni. Per una parte, finché rimane un buon equilibrio tra le richieste (interne ed esterne) e le risorse, lo stress è una reazione positiva che aiuta ad ottenere delle buone prestazioni lavorative. Se c’è un buon equilibrio tra gli sforzi e ciò che si realizza, allora è una strategia adattiva.  Quando la bilancia non è in equilibrio, allora compaiono dei segnali che è fondamentale che siano colti. Tra questi:

  • SINTOMI COMPORTAMENTALI: aumento uso alcolici, tabagismo, reazioni aggressive, squilibri nell’alimentazione…
  • SINTOMI EMOTIVI: ansia, crisi di pianto, irrequietezza, irritabilità, umore depresso…
  • SINTOMI COGNITIVI: confusione, difficoltà di attenzione e concentrazione, difficoltà di memorizzazione…

È importantissimo si presti grande attenzione a questi segnali. Il rischio è che da una situazione di stress acuto si passi all’esasperazione, con conseguenze gravi e durature sul benessere psicofisico.

In questa situazione emergenziale gli operatori sanitari, socio-sanitari e di prossimità sono chiamati a prendersi cura dell’altro, in quanto bisognoso di cure, e ancor più in questo momento è necessario ricordarsi che:

Per prendersi adeguatamente cura degli altri è necessario prendersi cura di sé!

Come?

RILASSATI
  • RIPOSO E TEMPO PER SÉ

il tempo dedicato al riposo e alla cura di sé non è tempo perso. Perché ci sia la giusta lucidità e capacità lavorativa è necessario che la mente e il corpo siano ben nutriti e riposati.

Riposati: un campo che è rimasto in riposo fornisce un abbondante raccolto. (Ovidio)

  • INFORMAZIONI, MA CON IL GIUSTO LIMITE

Già sul luogo di lavoro si entra in contatto con una moltitudine di informazioni e si è esposti a innumerevoli stimoli. È fondamentale che nei tempi liberi, a casa, non si rimanga esposti a un continuo flusso di informazioni. È bene scegliere un momento in cui soffermarsi sulle novità inerenti alla situazione emergenziale, riferendosi a fonti ufficiali e limitando l’esposizione attraverso social media

  • RICORDARSI DI TUTTO IL RESTO

È necessario che il COVID-19 non sia l’unico argomento di pensiero e di discussione. È bene aprire la mente: ripensare a momenti belli del passato, progettare nuove esperienze nel futuro, leggere, approfondire, esplorare vecchi e nuovi hobby.

  • CONDIVISIONE

A casa è fondamentale trascorrere del tempo con i propri familiari (laddove possibile) e mettersi in contatto con amici e parenti lontani. In questo i social rendono possibile, attraverso le videochiamate, i messaggi e le chat il “sentirsi vicini anche se lontani”. È bene che si condividano pensieri, idee, emozioni ed affetti.

  • LA FORZA DEL GRUPPO

In questo momento, ancor di più che nella normalità di tutti i giorni, è importante potersi affidare al team di lavoro; se il gruppo è unito e coeso allora può essere un buon contenitore affettivo ed emotivo e ogni membro può sentirsi da esso supportato nel gestire al meglio lo stress. Viceversa è bene richiedere una supervisione. Il tempo dedicato a questa attività, per quanto apparentemente rubato alla cura del paziente, è in realtà tempo creativo di costruzione di buone prassi e di benessere.

  • RILASSAMENTO

È importante sperimentare attività che possano rilassare la mente e il corpo, abbassando il livello di stress e garantendo un buon equilibrio tra richieste e risorse. Ci sono differenti tecniche di rilassamento, la cui pratica aiuta a gestire le emozioni e ad instaurare un dialogo con il proprio corpo. È possibile far riferimento a tecniche di respirazione, di meditazione, praticare yoga oppure prediligere un rilassamento attivo, volto a scaricare le tensioni; come ad esempio praticare sport, ascoltare musica, cantare e ballare; oppure dedicarsi a tutte quelle attività fisiche che permettono di rilassarsi “staccando la mente”, come lavare i piatti, fare la doccia ecc.

  • CHIEDERE AIUTO

Se compaiono sintomi emotivi, cognitivi o comportamentali è importante richiedere un aiuto professionale per gestire ansia e stress. È inoltre fondamentale evitare terapie farmacologiche “fai da te”. Colleghi psicoterapeuti in tutta Italia hanno attivato consultazioni online. L’ordine Nazionale degli Psicologi ha istituito un motore di ricerca per trovare i professionisti attivi online #psicologionline https://www.giornatapsicologiastudiaperti.it/. Anche i centri di psicologia e pedagogia di Sociosfera hanno al loro interno equipe di psicoterapeuti e psichiatri che in questo momento ricevono online, attraverso l’uso di strumenti di videochiamata (Skype, WhatsApp). Inoltre in tutta Italia sono attive iniziative di ascolto gratuito. Sociosfera in collaborazione con diversi comuni gestisce un servizio di ascolto gratuito aperto alla cittadinanza, al numero 3474621724.

Dott.ssa Federica D’Avanzo

I bambini al tempo del Coronavirus

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Il momento attuale ha segnato una profonda e repentina modificazione delle routine della vita. Tutto è cambiato, senza preavviso e senza alcuna prevedibilità sul tempo futuro. Per i bambini, in particolare, all’inizio si è presentificato un tempo vuoto, poi fortunatamente è ripresa la routine scolastica. Questa però si svolge in modalità differenti di casa in casa e a distanza dagli amici e dai compagni. A volte sono proposte lezioni online, a volte sono video di lezioni in cui manca il coinvolgimento del gruppo classe e la relazione con gli insegnanti. In alcuni casi la famiglia non ha la strumentazione necessaria perché questo coinvolgimento possa avvenire. Oltretutto i bambini di oggi sono piccoli che sono stati inseriti molto precocemente in luoghi extra familiari, con una valorizzazione marcata della socializzazione e dell’impegno in attività ludiche, sportive e di apprendimento extra scolastiche.

Ecco che in questo scenario può accadere che i bambini possano manifestare segnali di disagio e che si evidenzino comportamenti regressivi, come in quelle situazioni in cui il bambino è chiamato ad adattarsi a una situazione nuova e complessa.

L’adulto pensa alla crescita del bambino come ad una freccia che procede sempre dritta. Decenni di studi e ricerche, invece, affermano che in un normale processo di sviluppo sono presenti anche blocchi, involuzioni e regressioni” (Vegetti Finzi).

 La regressione è una strategia difensiva. Il bambino si sente protetto in vecchie modalità, che nel loro essere note, lo rassicurano. Può accadere ad esempio che il bambino non riesca più a dormire da solo, che abbia difficoltà nel controllo sfinterico (cacca e pipì), che compaiano balbuzie, capricci smisurati o paure e che sembri più piccolo in autonomie e capacità ormai consolidate.

Questo può mettere in grande difficoltà i genitori.

Prima di tutto è  importante non rimproverare il bambino per l’accaduto. Dal momento che le regressioni sono una modalità attraverso cui emergono difficoltà emotive del bambino, è bene non sgridarli per l’accaduto né colpevolizzarli.

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Accogliere e rassicurare il bambino: è importante rassicurare il bambino sul carattere transitorio del problema e sul fatto che la mamma e il papà sono lì per affrontarlo insieme. Negare la comparsa del problema rischia invece di essere dannoso.

Aprire il dialogo per cercare di capire insieme a loro che cosa li stia preoccupando, mantenendo un atteggiamento onesto, con contenuti adeguati all’età, rispetto alla situazione che stiamo vivendo. Si può partire da situazioni che loro conoscono e da lì cercare di spiegare cosa sta accadendo nel tempo presente.

Prestare attenzione al proprio comportamento: i bambini colgono tutti i segnali non verbali e per essere tranquillizzati necessitano che lo siano anche gli adulti.

Attraverso il gioco e il disegno i bambini parlano del proprio mondo interno, di preoccupazioni, paure, gioie e desideri. È importante sostenerli nell’elaborazione delle emozioni.

Strumento prezioso sono i libri, le storie e le fiabe.  In conclusione dell’articolo alcuni spunti su letture per i piccoli lettori (3 – 5 anni).

Infine evitare di allarmarsi oltre misura ed essere attenti osservatori. Se le difficoltà sono eccessive è bene far riferimento ad un professionista. Colleghi psicoterapeuti sono attivi sul territorio per consultazioni online. L’Ordine Nazionale degli Psicologi ha istituito al link di seguito un portale per trovare i professionisti  https://www.giornatapsicologiastudiaperti.it/.

Consigli su letture e libri da condividere con i più piccoli:

I colori delle emozioni, di Anna Lenas

Che rabbia, di Mireille D’Allancé

Un mare di Tristezza, di Lorenzo Clerici, Anna Iudica e Chiara Vignocchi

Sul tema Coronavirus: https://www.policlinico.mi.it/uploads/fom/attachments/pagine/pagine_m/78/files/allegati/546/storia_di_un_coronavirus_-_alfabetico_-_secondo_finale.pdf