La GARA delle coccinelle

Un libro che parla di cooperazione e amicizia

La gara delle coccinelle è un silent book scritto da Amy Nielander edito da Terre di Mezzo Editore.

I silent book sono albi illustrati, privi di parole, in cui il racconto procede esclusivamente attraverso le immagini.

La gara delle coccinelle parla di una competizione e con grande delicatezza e profondità tratta i temi della rivalità, della vittoria e dell’amicizia.

Come si vede già dalla copertina le immagini sono curate nel dettaglio. Le coccinelle, a grandezza naturale, sono una diversa dall’altra e il lettore può ad ogni pagina soffermarsi sui particolari di ogni partecipante. Tenendo il libro aperto, il campo di gara si estende dalla pagina sinistra, dove è collocata la partenza, alla pagina destra, in cui si trova il traguardo.

La storia parla di condivisione, solidarietà, amicizia, uguaglianza, cooperazione e forza del gruppo.

Pronti, partenza e VIA! La gara ha inizio e le prime pagine si riempiono di tante minuscole coccinelle colorate, in corsa verso il traguardo.
Ad un certo punto una coccinella si distingue dal gruppo e procede più velocemente verso la fine della pagina. Ecco che lei vola veloce ed è l’unica che riesce a passare al di là del foglio.
La coccinella vola sempre più veloce ed è quasi arrivata a tagliare il traguardo, quando si guarda indietro e vede che tutte le altre sono incastrate nelle pieghe del cambio pagina.
Ecco che decide di volare indietro e, anche se sembrano ormai tutte cadute, riesce ad afferrare la prima… e una dopo l’altra, tendendosi per le zampine e formando una lunga catena, grazie a lei, riescono a superare l’ostacolo.
Pagina dopo pagina il cordone si fa sempre più lungo e le prime iniziano a tagliare il traguardo. Ma la coccinella è attenta a che nessuna rimanga indietro. Decide allora di staccarsi dalla catena per raggiungere l’ultima amica, la più lenta.
E mentre il gruppo compatto supera il traguardo, la piccola coccinella veloce e la grande coccinella lenta, tendendosi le zampine, giungono insieme all’arrivo.

È un libro che si rivolge ai bambini, ma che dovremmo leggere anche noi adulti, per ricordarci il valore della collaborazione e del lavoro di squadra.

E allora chi è il vero vincitore? Chi taglia il traguardo per primo o chi torna indietro per aiutare chi è in difficoltà?

L’editore ha messo a disposizione un’anteprima del libro. Vi consiglio di acquistarlo e leggerlo tutto… con o senza bambini!

La gara delle coccinelle  
Published on Jan 26, 2016  Terre di Mezzo Editore

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La chiave della felicità è la DISOBBEDIENZA in sé, a quello che non c’è

Quello che non c'è
Ho questa foto di pura gioia 
E' di un bambino con la sua pistola 
Che spara dritto davanti a se 
A quello che non c'è 
Ho perso il gusto, non ha sapore 
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore 
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Arriva l'alba o forse no 
A volte ciò che sembra alba 
Non è 
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo 
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello 
La chiave della felicità è la disobbedienza in se 
A quello che non c'è 
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto 
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco 
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia 
Quello che non c'è 
Curo le foglie, saranno forti 
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti 
Ma questo è camminare alto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Ed ecco arriva l'alba so che è qui per me 
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è 
Fottendosi da se, fottendomi da me 
Per quello che non c'è
Afterhours

Quante volte la sofferenza ci soffoca e stagniamo nell’illusione che ci sia quello di cui abbiamo bisogno?

Parafrasando i versi della canzone, anestetizzare il dolore e inibire la consapevolezza di desiderare quello che non c’è, fa perdere il gusto della vita e dà la sensazione di aver smarrito il controllo e la possibilità di scegliere.

L’estrema difesa dal dolore è data dalla scissione completa da sé delle proprie emozioni “curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi sono morti”.

Ma ecco che “arriva l’alba, so che è qui per me”. Un finale di speranza, quella che tutti noi possiamo infondere nuovamente nella nostra vita quando troviamo il coraggio di fronteggiare ed elaborare le questioni dolorose della nostra esistenza.

La psicoterapia è uno strumento attraverso cui affrontare il dolore, abbassandone la quota, permettendo alle difese di essere meno rigide e più morbide, riacquistando la capacità di cambiare e riprendere il cammino laddove si era interrotto.

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è

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Il Pentolino di Antonino – una storia di diversità e resilienza

Il Pentolino di Antonino è un albo illustrato di Isabelle Carrier che tratta con grande delicatezza il tema della diversità e del percorso di accettazione di sé e dei propri limiti.

Antonino è un bambino a cui un giorno è caduto un pentolino in testa e per via di questo pentolino “non è più lo stesso”. Da quel giorno Antonino non può più staccarsene. È ingombrante, vistoso e centralizza il modo in cui gli altri lo vedono. Dal suo arrivo Antonino ha la percezione che “la gente veda soltanto il pentolino che lui trascina dappertutto, trovandolo strano”.

Il pentolino è di impiccio, si incastra dappertutto ed è un limite che gli impedisce di seguire il ritmo degli altri. Antonino si arrabbia, prova a staccarlo da sé e finisce per essere sgridato per i suoi comportamenti. Incompreso, decide di farsi sempre più piccolo, nascosto dietro il suo pentolino, con il solo desiderio di sparire.

Ma fortunatamente lungo il cammino arriva una persona straordinaria che, accogliendo il pentolino, permette ad Antonino di sentire nuovamente il desiderio di “tirar fuori la testa”. Margherita gli insegna a convivere con il pentolino e a riscoprire un’immagine di Sé integrata. Questa conoscenza permette ad Antonino di accettare, integrare e sperimentare nuovamente se stesso. Il pentolino è ancora lì, ma ora è più leggero. L’accettazione di Sé e del proprio pentolino porta anche gli altri a vedere Antonino per le sue qualità e non solo per i suoi limiti e diversità.

L’albo illustrato offre uno spunto di riflessione importante non solo ai bambini ma anche agli adulti. Simbolicamente il pentolino rappresenta i limiti, che possono essere più o meno evidenti, con cui tutti noi siamo chiamati a fare i conti nella vita. Il pentolino può rappresentare momenti della crescita, di passaggio e di cambiamento, così come eventi traumatici o una malattia.

La storia di Antonino parla di resilienza e del doloroso percorso interno legato all’accettazione, rielaborazione ed integrazione del pentolino all’interno della propria identità.  Fin tanto che non è integrato, il pentolino ha la forza negativa di essere l’organizzatore delle emozioni e delle relazioni di Antonino, fino alla disperazione connessa alla perdita di fiducia e di speranza. La storia racconta bene come a volte dietro un bambino, un adolescente o un adulto “difficile” si celino sofferenze e richieste di aiuto.

La svolta è determinata dall’incontro con una “persona straordinaria” capace di accogliere il pentolino e di rispecchiare quell’Antonino, ormai piccolo piccolo. Questa figura possiamo essere tutti noi, se decidiamo di accostarci all’altro con la giusta delicatezza ricordandoci che:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.”

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Quando l’amore incontra il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Ho tanta paura che dirai qualcosa di orribile.
–  Non essere così pessimista, non è nel tuo stile. Ok… te lo dico… Faccio sicuramente un errore. Diciamo che io ho… cos’è? Un disturbo?… il mio dottore, uno psicoanalista dal quale andavo sempre, dice che nel 50-60% dei casi una pillola può aiutare molto. Io odio le pillole, roba molto pericolosa le pillole, odio. Bada bene uso la parola ‘odiò apposta, quando parlo di pillole. Odio! Il mio complimento è che quella sera che sei venuta da me e mi hai detto che non avresti mai… beh, insomma, tu c’eri quella sera e lo sai, quello che hai detto. Beh, il mio complimento per te è che… la mattina dopo, ho cominciato a prendere le pillole.
–   Non capisco come possa essere un complimento per me.
–   Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore.

tratto da Qualcosa è cambiato

“Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore” rimane una delle più belle frasi d’amore di sempre.

Il film Qualcosa è cambiato racconta l’incontro relazionale tra Melvin, ricco scrittore affetto da un importante Disturbo Ossessivo Compulsivo, e Carol, unica cameriera che riesce a sopportarlo.

Melvin è un antieroe: volgare, razzista, tirannico nelle relazioni e scorbutico. La pellicola racconta le rigidità e le stranezze del personaggio, interpretato splendidamente da Jack Nicholson, e offre allo spettatore uno sguardo, seppur romanzato, sull’impatto della psicopatologia nella vita di una persona.

Il disturbo ossessivo compulsivo (dal DSM 5 classificato come entità nosografica autonoma, non più inclusa all’interno dei disturbi d’ansia) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini percepiti come sgradevoli ed intrusivi. La persona non ha il controllo su queste e in alcuni casi si instaurano dei rituali, le compulsioni, volti a gestirle e controllarle. Le compulsioni in realtà non silenziano quasi mai le ossessioni e possono avere un ruolo invalidante nella vita della persona. La pellicola mostra in diverse occasioni la rigidità con cui devono essere affrontati semplici gesti: dal camminare, che per Melvin significa seguire un rituale preciso, al chiudere la porta e al lavarsi le mani. Melvin è tirannico nelle relazioni con gli altri, tanto quanto le rigidità del disturbo lo sono con lui.

Il film è un buon esempio di cambiamento: accanto allo snodarsi della storia dei personaggi vediamo l’evoluzione della sintomatologia di Melvin, che si modifica pian piano che gli accadimenti fanno entrare l’amore nella sua vita, dapprima con l’arrivo del cane e poi nel relazionarsi con Carol.

Il film è piacevolmente leggero. La sintomatologia del protagonista è romanzata, in quanto difficilmente nella vita reale un disturbo ossessivo compulsivo così rigido permette una tale flessibilità interna al cambiamento. Nonostante ciò è efficace nel portare l’attenzione dello spettatore su cosa possa significare fare i conti con i propri limiti.

Il cambiamento di Melvin è un messaggio di speranza!

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Cosa ci insegna la favola “la lepre e la tartaruga”

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: - Nessuno può battermi in velocità - diceva. - Sfido chiunque a correre come me. La tartaruga, con la sua solita calma, disse: - Accetto la sfida. - Questa è buona! - esclamò la lepre; e scoppiò a ridere. - Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. - Vuoi fare questa gara? Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino. La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara. La tartaruga sorridendo disse: "Non serve correre, bisogna partire in tempo."  (Esopo)

Mi è capitato per caso di rileggere la favola di Esopo e da qui è nata una breve riflessione sui messaggi che trasmette, legati sia all’educazione dei nostri figli sia al modo di vivere di noi adulti, spesso affannati e stressati nella perenne sfida contro il tempo.  

Prima di tutto la favola ci insegna l’importanza di non essere presuntuosi e di non sottovalutare mai gli altri. “La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me”.  

In secondo luogo, ci insegna che, anche se in condizione di svantaggio, è possibile raggiungere molti traguardi con determinazione, calma e pazienza. Tutti nel percorso di crescita devono fare i conti con i propri limiti. È possibile apprendere e mettersi realmente in gioco solo se si ha la fiducia di poter raggiungere il traguardo con l’impegno e la determinazione e non perché talentuosi dalla nascita. La società narcisistica di oggi rischia di non valorizzare adeguatamente la fatica e l’impegno, piegandosi a una rincorsa costante di visibilità e ammirazione che rende soprattutto gli adolescenti più fragili, nell’affrontare il percorso psichico di accettazione dei limiti e rielaborazione dell’onnipotenza infantile.  

Infine la storia ci fa riflettere sull’importanza di sincronizzarsi nuovamente con il tempo naturale. È la società che ci impone un ritmo di vita frenetico e l’assenza di sintonizzazione con il proprio tempo naturale è spesso fonte di grande stress tanto per gli adulti, quanto per i bambini. La tartaruga sa bene dove andare, ha chiaro l’obiettivo da perseguire e passo dopo passo si avvicina al traguardo. Se la velocità è il solo elemento che influenza il nostro agire, ne usciamo invece disorientati e nella condizione di rincorrere affannosamente una meta senza riuscirci, come la lepre che invano cerca di tagliare il traguardo.

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