La GARA delle coccinelle

Un libro che parla di cooperazione e amicizia

La gara delle coccinelle è un silent book scritto da Amy Nielander edito da Terre di Mezzo Editore.

I silent book sono albi illustrati, privi di parole, in cui il racconto procede esclusivamente attraverso le immagini.

La gara delle coccinelle parla di una competizione e con grande delicatezza e profondità tratta i temi della rivalità, della vittoria e dell’amicizia.

Come si vede già dalla copertina le immagini sono curate nel dettaglio. Le coccinelle, a grandezza naturale, sono una diversa dall’altra e il lettore può ad ogni pagina soffermarsi sui particolari di ogni partecipante. Tenendo il libro aperto, il campo di gara si estende dalla pagina sinistra, dove è collocata la partenza, alla pagina destra, in cui si trova il traguardo.

La storia parla di condivisione, solidarietà, amicizia, uguaglianza, cooperazione e forza del gruppo.

Pronti, partenza e VIA! La gara ha inizio e le prime pagine si riempiono di tante minuscole coccinelle colorate, in corsa verso il traguardo.
Ad un certo punto una coccinella si distingue dal gruppo e procede più velocemente verso la fine della pagina. Ecco che lei vola veloce ed è l’unica che riesce a passare al di là del foglio.
La coccinella vola sempre più veloce ed è quasi arrivata a tagliare il traguardo, quando si guarda indietro e vede che tutte le altre sono incastrate nelle pieghe del cambio pagina.
Ecco che decide di volare indietro e, anche se sembrano ormai tutte cadute, riesce ad afferrare la prima… e una dopo l’altra, tendendosi per le zampine e formando una lunga catena, grazie a lei, riescono a superare l’ostacolo.
Pagina dopo pagina il cordone si fa sempre più lungo e le prime iniziano a tagliare il traguardo. Ma la coccinella è attenta a che nessuna rimanga indietro. Decide allora di staccarsi dalla catena per raggiungere l’ultima amica, la più lenta.
E mentre il gruppo compatto supera il traguardo, la piccola coccinella veloce e la grande coccinella lenta, tendendosi le zampine, giungono insieme all’arrivo.

È un libro che si rivolge ai bambini, ma che dovremmo leggere anche noi adulti, per ricordarci il valore della collaborazione e del lavoro di squadra.

E allora chi è il vero vincitore? Chi taglia il traguardo per primo o chi torna indietro per aiutare chi è in difficoltà?

L’editore ha messo a disposizione un’anteprima del libro. Vi consiglio di acquistarlo e leggerlo tutto… con o senza bambini!

La gara delle coccinelle  
Published on Jan 26, 2016  Terre di Mezzo Editore

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L’elaborazione del LUTTO

Quando a mancare è una persona a noi cara

Il lutto è un processo che porta alla rielaborazione della morte della persona che viene a mancare. Nella lingua italiana il lutto si riferisce all’esperienza, mentre con il termine cordoglio si fa riferimento al dolore sperimentato.

Si dice che dal lutto si esce cambiati, in quanto la sua elaborazione comporta una ricostruzione del significato della vita e la ricerca di un nuovo senso, come organizzatore dell’esperienza.

Quando il lutto progredisce il sopravvissuto riesce ad integrare gradualmente l’evento nella propria narrativa, rendendo la persona morta un antenato e percependo una sicurezza nel legame con la persona. Gli affetti si modulano nel tempo e alla fine alla persona può formulare una narrazione coerente della perdita della persona cara, potendo al contempo investire nuovamente in progetti di vita e in una dimensione futura. Quando invece permane un’estrema rigidità può essere che ci siano delle complicazioni nella risoluzione del lutto. Il lutto complicato è una forma di dolore che si “impadronisce” della mente di una persona, tanto che gli individui con lutto complicato spesso dicono di sentirsi “bloccati” (Neimeyer et al., 2011; Neimeyer, 2012).

Diversi autori hanno identificato il processo del lutto nella successione di fasi. Freud nel 1915 affronta il tema in “Lutto e Melanconia” lo definisce come il processo che porta inconsciamente la libido ad essere disinvestita, liberata e infine reinvestita verso il mondo. Bowlby (1980) individua quattro fasi di elaborazione del lutto:

-“stordimento”: questa fase è caratterizzata dal rifiuto della notizia. La persona riconosce l’evento cognitivamente, ma lo nega al contempo emotivamente. La negazione fa sì che lo stato emotivo della persona sia eccessivamente calmo, con l’eccezione di scoppi intensi di dolore o rabbia.

– “struggimento”: la morte viene riconosciuta attraverso i riti sociali, attraverso l’organizzazione dei riti di commiato. In questa fase emerge la frustrazione intensa legata all’impossibilità del ricongiungimento e questo può generare rabbia profonda che può essere rivolta verso se stessi, verso gli altri e verso il defunto.

– “disorganizzazione”: è la fase in cui la morte non può più essere negata ed è la fase in cui si deve avviare una revisione di se stessi e della situazione. La persona può sentirsi maggiormente apatica e depressa e distanziarsi dagli altri.

– “riorganizzazione”: da questo momento la persona può iniziare a ri-costruire la narrazione della propria vita introiettando il legame con il defunto.

Kübler-Ross (1969) propone un modello di comprensione delle dinamiche psichiche sottostanti alla rielaborazione del lutto e all’accompagnamento alla morte della persona malata. Il modello identifica 5 fasi, che non sono necessariamente consequenziali ma possono alternarsi nel tempo e ripresentarsi.

-Negazione e rifiuto: la persona avverte come impossibile che sia verificato l’accaduto

– Rabbia: è la fase critica in cui emergono emozioni forti, di rabbia e paura. È il momento in cui può essere più alta la richiesta di aiuto e il ritiro della persona.

-Patteggiamento e contrattazione. È il momento in cui la persona inizia a fare i conti con cosa può ancora controllare e si avvia la ricerca di come fronteggiare la situazione nella propria vita

– Depressione. È la fase in cui si può percepire un senso di sconfitta, è il momento in cui si fa i conti con l’assenza che c’è o che in caso di malattia ci sarà.

– Accettazione. È la fase in cui vi è consapevolezza dell’accaduto o di quello che sta per accadere.

Queste si succedono a livello inconscio, inconsapevole e il loro susseguirsi avviene in modalità differenti per ognuno, in base alle caratteristiche interpsichiche e intrapsichiche.

L’elaborazione del lutto è un processo di adattamento alla perdita della persona amata, caratterizzato da emozioni ed affetti molto perturbanti, tra cui si possono ritrovare la perdita di senso della vita e il dolore straziante della perdita. È importante sottolineare come questi modelli riguardino la morte e il morire e non il dolore. Il dolore è unico, così come ogni morte e ogni persona che lo vive.

Il modello del processo duale di Stroebe e Schut descrive bene l’oscillazione tra due poli, entro cui si muove chi sta elaborando un lutto. Un polo è identificato dalla sperimentazione del dolore connesso alla perdita, l’altro all’evitamento e alla negazione della stessa.

È interessante la visione dinamica del processo che ci offre il modello: le oscillazioni tra i due poli, non patologiche finché in movimento, avvengono anche più volte nella stessa giornata. La complicazione del lutto può esserci quando la fissità va a sostituirsi alla dinamicità. Una certa dose di evitamento è infatti necessaria per tollerare una quota di dolore così intenso, come quello che si sperimenta quando la morte di una persona cara diventa un’esperienza di vita. Nel tempo, le oscillazioni diventano meno marcate e i due poli iniziano ad intrecciarsi e la persona diviene sempre più attiva in questo movimento integrativo.

Theresa Rando teorizza sei processi necessari all’elaborazione del lutto: riconoscimento della perdita; reazione alla separazione con dolore; recupero di ricordi e sentimenti connessi alla persona mancata; modificazione di attaccamenti eccessivi alla persona morta; riadattamento al mondo senza il defunto; reinvestimento su persone, relazioni ed esperienze.

Il lutto è terminato quando la persona si è trasformata in antenato, come figura internalizzata, ed è possibile pensare al defunto con nostalgia ma senza dolore acuto.

Quando la persona riesce a pensare senza disperazione a quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere ma non sarà, quello che potrà essere in futuro.

Primo Gelati

Cosa fare in caso di lutto?

Prima di tutto è necessario accogliere il dolore, attraversarlo e legittimare il proprio modo di sentirlo. Non esiste un modo unico di fare esperienza di questo dolore e quindi è necessario darsi la possibilità di viverlo senza vissuti di inadeguatezza.

La narrazione è la strada attraverso cui nel tempo dar senso alla sofferenza e alla mancanza. La narrazione permette di tradurre in rappresentazione i propri stati emotivi e, attraverso la collocazione nel tempo di emozioni e di ricordi, permette di interiorizzare il legame con la persona scomparsa. Può essere verbale, scritta, grafica e partire da storie e racconti. È un valido strumento di rielaborazione sia per gli adulti che per i bambini. La traduzione in parola, o in disegno, di emozioni e di affetti, rende possibile la loro comunicazione e condivisione; questo permette di sperimentare un canale di sfogo delle emozioni negative, che non sia solo evacuativo, come il pianto, ma anche costruttivo. Condividere le proprie emozioni e i ricordi con altre persone permette di ridurre la sensazione di isolamento e ha un impatto positivo, anche nei bambini.

Soffermarsi sui ricordi e darsi il tempo di sogliare fotografie ed album del passato. Il ricordo, nel tempo, permette di far emergere la presenza di eredità positive, che la relazione con la persona defunta ha lasciato dentro di noi. Questo nel tempo permette di recuperare quella sicurezza data dall’interiorizzazione del legame, presente attraverso il ricordo, oltre lo spazio e il tempo.

Se la disperazione è troppo marcata o ci sente “bloccati” è utile contattare uno psicoterapeuta e iniziare un lavoro che permetta di avviare il processo del lutto, laddove interrotto.

È sempre dura, quando muore una persona, in qualunque circostanza. Si apre un buco nel mondo. E noi dobbiamo celebrare questo lutto. Altrimenti il buco non si chiuderà più.

Haruki Murakami

Bowlby, J. (1980). Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre. Torino: Boringhieri.

Freud, S. (1915). Lutto e melanconia. Torino: Bollati Boringhieri.
Kübler-Ross, E. (1969). On death and dying. New York: Macmillan.

Neimeyer, R. A. (2012). Techniques of Grief Therapy: Creative Practices for Counseling the Bereaved. New York: Routledge.
Neimeyer, R. A., Baldwin, S. e Gillies, J. (2006). Continuing bonds and reconstructing meaning: Mitigating complications in bereavement. In Death Studies, 715-738.


Neimeyer, R. A., Harris, D.L., Winokuer, H.R. e Thornton, G.F. (2011). Grief and Bereavement in Contemporary Society: Bridging Research and Practice. New York: Routledge.

Stroebe M. e Shut H. (1999), The dual process model of coping with bereavement: rationale and description, “Death Studies”, 23, 197-224. Stroebe M.S., Hansson R.O., Stroebe W. e Schut H. (2001), Handbook of bereavement research: consequences, coping and care, American Psychological Association, Washington DC

Rando T. (ed.)(2000). Clinical Dimensions of Anticipatory Mourning: Theory and Practice in working with the Dying, Their Loved Ones, and Their Caregivers. Research Press, Champaign, IL.

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La chiave della felicità è la DISOBBEDIENZA in sé, a quello che non c’è

Quello che non c'è
Ho questa foto di pura gioia 
E' di un bambino con la sua pistola 
Che spara dritto davanti a se 
A quello che non c'è 
Ho perso il gusto, non ha sapore 
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore 
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Arriva l'alba o forse no 
A volte ciò che sembra alba 
Non è 
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo 
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello 
La chiave della felicità è la disobbedienza in se 
A quello che non c'è 
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto 
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco 
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia 
Quello che non c'è 
Curo le foglie, saranno forti 
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti 
Ma questo è camminare alto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Ed ecco arriva l'alba so che è qui per me 
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è 
Fottendosi da se, fottendomi da me 
Per quello che non c'è
Afterhours

Quante volte la sofferenza ci soffoca e stagniamo nell’illusione che ci sia quello di cui abbiamo bisogno?

Parafrasando i versi della canzone, anestetizzare il dolore e inibire la consapevolezza di desiderare quello che non c’è, fa perdere il gusto della vita e dà la sensazione di aver smarrito il controllo e la possibilità di scegliere.

L’estrema difesa dal dolore è data dalla scissione completa da sé delle proprie emozioni “curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi sono morti”.

Ma ecco che “arriva l’alba, so che è qui per me”. Un finale di speranza, quella che tutti noi possiamo infondere nuovamente nella nostra vita quando troviamo il coraggio di fronteggiare ed elaborare le questioni dolorose della nostra esistenza.

La psicoterapia è uno strumento attraverso cui affrontare il dolore, abbassandone la quota, permettendo alle difese di essere meno rigide e più morbide, riacquistando la capacità di cambiare e riprendere il cammino laddove si era interrotto.

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è

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Il Pentolino di Antonino – una storia di diversità e resilienza

Il Pentolino di Antonino è un albo illustrato di Isabelle Carrier che tratta con grande delicatezza il tema della diversità e del percorso di accettazione di sé e dei propri limiti.

Antonino è un bambino a cui un giorno è caduto un pentolino in testa e per via di questo pentolino “non è più lo stesso”. Da quel giorno Antonino non può più staccarsene. È ingombrante, vistoso e centralizza il modo in cui gli altri lo vedono. Dal suo arrivo Antonino ha la percezione che “la gente veda soltanto il pentolino che lui trascina dappertutto, trovandolo strano”.

Il pentolino è di impiccio, si incastra dappertutto ed è un limite che gli impedisce di seguire il ritmo degli altri. Antonino si arrabbia, prova a staccarlo da sé e finisce per essere sgridato per i suoi comportamenti. Incompreso, decide di farsi sempre più piccolo, nascosto dietro il suo pentolino, con il solo desiderio di sparire.

Ma fortunatamente lungo il cammino arriva una persona straordinaria che, accogliendo il pentolino, permette ad Antonino di sentire nuovamente il desiderio di “tirar fuori la testa”. Margherita gli insegna a convivere con il pentolino e a riscoprire un’immagine di Sé integrata. Questa conoscenza permette ad Antonino di accettare, integrare e sperimentare nuovamente se stesso. Il pentolino è ancora lì, ma ora è più leggero. L’accettazione di Sé e del proprio pentolino porta anche gli altri a vedere Antonino per le sue qualità e non solo per i suoi limiti e diversità.

L’albo illustrato offre uno spunto di riflessione importante non solo ai bambini ma anche agli adulti. Simbolicamente il pentolino rappresenta i limiti, che possono essere più o meno evidenti, con cui tutti noi siamo chiamati a fare i conti nella vita. Il pentolino può rappresentare momenti della crescita, di passaggio e di cambiamento, così come eventi traumatici o una malattia.

La storia di Antonino parla di resilienza e del doloroso percorso interno legato all’accettazione, rielaborazione ed integrazione del pentolino all’interno della propria identità.  Fin tanto che non è integrato, il pentolino ha la forza negativa di essere l’organizzatore delle emozioni e delle relazioni di Antonino, fino alla disperazione connessa alla perdita di fiducia e di speranza. La storia racconta bene come a volte dietro un bambino, un adolescente o un adulto “difficile” si celino sofferenze e richieste di aiuto.

La svolta è determinata dall’incontro con una “persona straordinaria” capace di accogliere il pentolino e di rispecchiare quell’Antonino, ormai piccolo piccolo. Questa figura possiamo essere tutti noi, se decidiamo di accostarci all’altro con la giusta delicatezza ricordandoci che:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.”

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La respirazione QUADRATA una tecnica per ridurre ansia e stress

La respirazione quadrata è un esercizio che unisce i vantaggi della visualizzazione a quelli della respirazione.

La tecnica prevede la visualizzazione di un quadrato, preferibilmente blu, e l’abbinamento di ogni lato ad un atto respiratorio.

La tecnica unisce i vantaggi della visualizzazione a quelli della respirazione. La respirazione è uno strumento efficace di regolazione emotiva. Attraverso il controllo della respirazione è infatti possibile inviare segnali di calma al cervello, accedendo nuovamente ad un pensiero più razionale e nuovamente capace di modulare i segnali di allerta che alimentano la sintomatologia ansiosa. La visualizzazione permette di abbassare il livello di allarme concentrando la mente su uno stimolo visivo. Consiglio il colore blu per il suo potere calmante.

L’esercizio è composto da 4 fasi tutte della stessa durata (dai 4 ai 6 secondi)

INSPIRAZIONE

APNEA

ESPIRAZIONE

APNEA

Trova una posizione comoda ed inizia a respirare con il diaframma. Prendi fiato normalmente e…

INSPIRA –> TRATTIENI il fiato –> ESPIRA ­­–> RIMANI VUOTO

Segui l’immagine e alterna le sequenze per 3 minuti.

La tecnica di respirazione quadrata

Presta attenzione a cosa è cambiato!

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Quando l’amore incontra il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Ho tanta paura che dirai qualcosa di orribile.
–  Non essere così pessimista, non è nel tuo stile. Ok… te lo dico… Faccio sicuramente un errore. Diciamo che io ho… cos’è? Un disturbo?… il mio dottore, uno psicoanalista dal quale andavo sempre, dice che nel 50-60% dei casi una pillola può aiutare molto. Io odio le pillole, roba molto pericolosa le pillole, odio. Bada bene uso la parola ‘odiò apposta, quando parlo di pillole. Odio! Il mio complimento è che quella sera che sei venuta da me e mi hai detto che non avresti mai… beh, insomma, tu c’eri quella sera e lo sai, quello che hai detto. Beh, il mio complimento per te è che… la mattina dopo, ho cominciato a prendere le pillole.
–   Non capisco come possa essere un complimento per me.
–   Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore.

tratto da Qualcosa è cambiato

“Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore” rimane una delle più belle frasi d’amore di sempre.

Il film Qualcosa è cambiato racconta l’incontro relazionale tra Melvin, ricco scrittore affetto da un importante Disturbo Ossessivo Compulsivo, e Carol, unica cameriera che riesce a sopportarlo.

Melvin è un antieroe: volgare, razzista, tirannico nelle relazioni e scorbutico. La pellicola racconta le rigidità e le stranezze del personaggio, interpretato splendidamente da Jack Nicholson, e offre allo spettatore uno sguardo, seppur romanzato, sull’impatto della psicopatologia nella vita di una persona.

Il disturbo ossessivo compulsivo (dal DSM 5 classificato come entità nosografica autonoma, non più inclusa all’interno dei disturbi d’ansia) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini percepiti come sgradevoli ed intrusivi. La persona non ha il controllo su queste e in alcuni casi si instaurano dei rituali, le compulsioni, volti a gestirle e controllarle. Le compulsioni in realtà non silenziano quasi mai le ossessioni e possono avere un ruolo invalidante nella vita della persona. La pellicola mostra in diverse occasioni la rigidità con cui devono essere affrontati semplici gesti: dal camminare, che per Melvin significa seguire un rituale preciso, al chiudere la porta e al lavarsi le mani. Melvin è tirannico nelle relazioni con gli altri, tanto quanto le rigidità del disturbo lo sono con lui.

Il film è un buon esempio di cambiamento: accanto allo snodarsi della storia dei personaggi vediamo l’evoluzione della sintomatologia di Melvin, che si modifica pian piano che gli accadimenti fanno entrare l’amore nella sua vita, dapprima con l’arrivo del cane e poi nel relazionarsi con Carol.

Il film è piacevolmente leggero. La sintomatologia del protagonista è romanzata, in quanto difficilmente nella vita reale un disturbo ossessivo compulsivo così rigido permette una tale flessibilità interna al cambiamento. Nonostante ciò è efficace nel portare l’attenzione dello spettatore su cosa possa significare fare i conti con i propri limiti.

Il cambiamento di Melvin è un messaggio di speranza!

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Sentirsi VICINI nostante mascherina e distanze!

Il distanziamento sociale, da rispettare in quanto strumento utile di contenimento della diffusione del virus e di protezione reciproca, è importante che non si trasformi in lontananza relazionale. È necessario che i bambini siano accompagnati in questa fase a prestare attenzione a tutti i segnali che permettono di sentire l’altro affettivamente vicino, nonostante la nuova distanza fisica che la situazione emergenziale impone. Tale distanza, infatti, non pregiudica la possibilità che si possa sentire l’altro vicino prestando attenzione a segnali diversi, che siamo poco abituati a cogliere, oppure costruendo delle nuove ritualità relazionali condivise.

È necessario in primo luogo che noi adulti ci interroghiamo su quali elementi possano darci la giusta dose di tranquillità e fiducia. Se il sistema di allarme dell’adulto è eccessivamente attivato, infatti, è possibile che sia trasmesso ai figli un senso di pericolo legato alla relazione. Questo rischia di creare un forte sofferenza emotiva, in quanto siamo esseri fortemente relazionali e bisognosi del confronto e della vicinanza affettiva dell’altro. La costruzione di un senso di allarme potrebbe far percepire le relazioni come pericolose e strutturare un profondo senso di solitudine interno. È allora fondamentale che il genitore si interroghi su quali siano gli strumenti che possano garantire una buona efficacia protettiva, affinché sia nuovamente possibile vivere la presenza relazionale dell’altro come piacevole e sicura.

E come aiutare i bambini a riconoscere la vicinanza emotiva dell’altro nonostante il distanziamento? Il gioco è una buona modalità!

Alleniamoci a riconoscere le emozioni dell’altro nonostante il viso sia coperto dalla mascherina

Gioco 1: mettersi in cerchio e a turno nominare un’emozione e una situazione ad essa correlata. È utile che le emozioni si ripetano per ogni persona presente nel cerchio, in quanto ogni partecipante le assocerà a situazioni differenti!  È prezioso che si mettano in gioco anche gli adulti, in modo che l’attività si concretizzi come occasione di condivisione e reciproca conoscenza. Terminare il giro quando le emozioni principali sono state nominate da tutti i partecipanti (gioia, tristezza, rabbia, paura … ma anche disgusto ecc.). Ora ritagliare tanti foglietti di carta quante sono le emozioni nominate da ogni partecipante. Su ogni foglietto scrivere un’emozione e la situazione che la caratterizza, raccontata in cerchio poco prima. Al termine inserire in una scatola o in una calza i foglietti e mescolare bene. Indossare la mascherina e posizionarsi in cerchio. A turno estrarre un bigliettino, alzarsi in piedi e mimare la situazione scritta, con particolare attenzione all’emozione. Il gruppo dovrà indovinare l’emozione mimata!

Questo gioco permette prima di tutto di condividere le emozioni e di vedere come esse siano vissute e legate a situazioni per ognuno diverse. In secondo luogo poter mimare la situazione proposta da altri partecipanti permette di conoscersi un po’ di più. Infine permette di prestare attenzione a tutta la mimica corporea che si attiva quando esprimiamo un’emozione! Nonostante la mascherina copra gran parte del volto è assolutamente possibile sentire emotivamente cosa prova l’altro, attraverso lo sguardo e il linguaggio verbale e non verbale del suo corpo.

Gioco 2: stampare le coppie di occhi in allegato. Prendere 12 fogli e su ognuno incollare una coppia di occhi e disegnare, divertendosi con l’immaginazione, un viso che indossa una mascherina. Potrebbe essere una bambina oppure un bambino, con capelli corti oppure lunghi ecc. Ora, per ogni coppia di occhi inventare una storia. Chi è? Come si chiama? Come si sente? Che cosa è successo per farlo sentire così? Come sarà la sua bocca sotto la mascherina? Il gioco diventa un vero e proprio laboratorio delle emozioni! Se avete voglia scrivetemi le vostre storie, sarò molto curiosa di leggerle!

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Distanti ma vicini…come?

Per sostenere i bambini nella comprensione del distanziamento fisico, ed allenarli a tenere tra loro almeno un metro di distanza, è possibile organizzare dei momenti di condivisione e di gioco, in cui la distanza tra ogni bambino sia segnalata.

Uno strumento utile possono essere gli hula hoop (o anche i cerchi da fitness decisamente più economici!), colorati e già strumento di gioco per i bambini. Questi possono essere utilizzati per far comprendere al bambino di dover immaginare un cerchio di protezione attorno a sé.

Per far sperimentare l’essere vicini affettivamente, anche se lontani, organizziamo un’attività condivisa cui i bambini parteciperanno mantenendo le giuste distanze.

Ad esempio è possibile proporre ai bambini la lettura di un libro. Posizionare in cerchio gli hula hoop e chiedere ai bambini di sedersi all’interno. Anche il lettore occuperà uno spazio del cerchio. Attraverso la lettura della storia si apriranno le porte dell’immaginazione dei bambini, che affronteranno e condivideranno un’avventura, vicini affettivamente seppur distanti!

A voi la creatività nell’inventare altri giochi con i cerchi, staffette, giochi a premi… attività che facciano divertire i bambini facendogli sentire quanto il distanziamento fisico non sia affatto relazionale!

Come salutarsi?

È importante che si creino nuovi ritualità di saluto dell’altro, che facciano nuovamente sentire la vicinanza e l’unicità del legame.

Se non è più possibile abbracciarsi, cosa si può fare? C’è chi si divertirà a salutarsi toccando i bordi delle scarpe, chi potrà fare l’occhiolino o dei gesti della mano, secondo un codice condiviso solo dai membri di quella relazione specifica. Se lasciati alla libera immaginazione i bambini possono creare infinite modalità nuove di saluto con l’altro.

In casa possiamo proporre dei momenti di gioco in cui pensare queste nuove ritualità, legittimando così i bambini ad esplorare nuovi saluti quando incontreranno gli amici.

Libero spazio alla vostra creatività e se avete voglia raccontatemi quali nuovi saluti avete pensato!

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Cosa ci insegna la favola “la lepre e la tartaruga”

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: - Nessuno può battermi in velocità - diceva. - Sfido chiunque a correre come me. La tartaruga, con la sua solita calma, disse: - Accetto la sfida. - Questa è buona! - esclamò la lepre; e scoppiò a ridere. - Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. - Vuoi fare questa gara? Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino. La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara. La tartaruga sorridendo disse: "Non serve correre, bisogna partire in tempo."  (Esopo)

Mi è capitato per caso di rileggere la favola di Esopo e da qui è nata una breve riflessione sui messaggi che trasmette, legati sia all’educazione dei nostri figli sia al modo di vivere di noi adulti, spesso affannati e stressati nella perenne sfida contro il tempo.  

Prima di tutto la favola ci insegna l’importanza di non essere presuntuosi e di non sottovalutare mai gli altri. “La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: – Nessuno può battermi in velocità – diceva. – Sfido chiunque a correre come me”.  

In secondo luogo, ci insegna che, anche se in condizione di svantaggio, è possibile raggiungere molti traguardi con determinazione, calma e pazienza. Tutti nel percorso di crescita devono fare i conti con i propri limiti. È possibile apprendere e mettersi realmente in gioco solo se si ha la fiducia di poter raggiungere il traguardo con l’impegno e la determinazione e non perché talentuosi dalla nascita. La società narcisistica di oggi rischia di non valorizzare adeguatamente la fatica e l’impegno, piegandosi a una rincorsa costante di visibilità e ammirazione che rende soprattutto gli adolescenti più fragili, nell’affrontare il percorso psichico di accettazione dei limiti e rielaborazione dell’onnipotenza infantile.  

Infine la storia ci fa riflettere sull’importanza di sincronizzarsi nuovamente con il tempo naturale. È la società che ci impone un ritmo di vita frenetico e l’assenza di sintonizzazione con il proprio tempo naturale è spesso fonte di grande stress tanto per gli adulti, quanto per i bambini. La tartaruga sa bene dove andare, ha chiaro l’obiettivo da perseguire e passo dopo passo si avvicina al traguardo. Se la velocità è il solo elemento che influenza il nostro agire, ne usciamo invece disorientati e nella condizione di rincorrere affannosamente una meta senza riuscirci, come la lepre che invano cerca di tagliare il traguardo.

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Il lutto al tempo del coronavirus – ispirato da “Le Margherite” di Ascanio Celestini

Il bellissimo racconto di Ascanio Celestini emoziona e apre il sipario sul tema del lutto al tempo del coronavirus.

L’elaborazione del lutto è un processo dinamico che porta la persona ad attribuire un senso e un significato personale alla morte della persona cara. È caratterizzato dal passaggio di diverse fasi e si può dire concluso quando “il pensiero della persona deceduta suscita nostalgia anziché disperazione e quando si può accedere, senza sprofondare nel dolore, al pensiero di quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere e non sarà e quello che invece potrà essere” (P. Gelati).

La situazione emergenziale legata al coronavirus ha determinato alcune complicazioni nell’avvio del processo di rielaborazione del lutto, che oggi può essere ancora sospeso o complicato nella sua risoluzione.

La storia di Ascanio Celestini delinea i contorni dei momenti antecedenti l’evento luttuoso, così come sono accaduti in tante famiglie colpite dall’evento. La signora Ventisini si ammala, la sintomatologia è quella tipica del coronavirus e la figlia si ritrova a vivere momenti di preoccupazione intensa, per il quadro sintomatologico, alternati a momenti di rassicurazione. Un elemento di discontinuità rispetto ad altre situazioni è l’assenza fisica del medico curante e la presenza di una relazione di cura a distanza. Quel medico che è ben conosciuto nelle case per la sua disponibilità e per il suo esserci sempre stato. E in quella assenza fisica prendono piede la speranza che non sia qualcosa di grave e successivamente lo sconforto per l’essersi sentiti lasciati soli.

Il distacco dalla persona malata, durante questa emergenza, è di per sé un fatto traumatico. Il personale di soccorso arriva munito di tutti i dispositivi di protezione individuale necessari alla protezione dal virus e così, come nella storia, il distacco avviene con spavento, senza contatto e senza possibilità di seguire la persona cara laddove viene trasportata.

Ecco che nella narrazione la signora Anna offre un sostegno prezioso, sollecitando la figlia della signora Ventisini a prendersi lo spazio del saluto, lo spazio in cui poter dire un’ultima cosa. Manca il corpo, la possibilità di vegliare il morto, di accompagnarlo alla sepoltura e di vivere il momento del distacco nella sua dimensione individuale e anche sociale.

La complicazione del lutto è ben descritta in quella perdita di capacità di prendersi cura di sé. La figlia, che ha sempre curato la madre fino all’ultimo e che, nonostante le ristrettezze economiche non ha mai mancato di curare la sua persona, ora ha bisogno che qualcun altro per qualche tempo si prenda cura di lei e dei suoi bisogni.

Anche la rabbia, verbalizzata da Anna contro il sistema e contro chi si oppone alla dignità del rituale di accompagnamento alla morte, parla della complicazione del lutto al tempo del coronavirus.

Il finale infine apre all’avvio della rielaborazione del lutto e all’apertura verso un futuro, pensabile anche in assenza della persona deceduta. Nel racconto, i protagonisti si dirigono al campo santo per prelevare le ceneri. Lì c’è la possibilità finalmente di condividere il rito e di ritornare attivi, attraverso la possibilità scegliere e agire: la figlia può scegliere i fiori giusti per la madre e scegliere le margherite del prato al posto dei crisantemi, perché “La mamma è morta in aprile”.

E proprio il cogliere insieme le margherite offre l’occasione concreta di condivisione del momento e nel campo fiorito si apre la dimensione del futuro  «”qui c’è un albero di nespole”, fa la figlia della Ventisini , “è pieno di frutti. Dobbiamo ricordarci di venire a raccoglierle ‘ste’state” ».

Alcuni spunti per affrontare la morte di una persona cara in questo momento storico:

  • Organizzare, non appena possibile, un momento di saluto collettivo, per riavviare il meccanismo di elaborazione del lutto rimasto in sospeso.
  • Narrare collocando nel tempo i ricordi e le emozioni ad essi collegate. La narrazione rinnova il senso di appartenenza, lacerato dalla perdita, e rende possibile l’espressione e la comunicazione delle emozioni connesse all’addio. Può essere verbale, scritta, grafica e partire da storie e racconti. È un valido strumento di rielaborazione sia per gli adulti che per i bambini.
  • Scrivere, provando a tradurre in parola ciò che si prova, sotto forma di diario o di lettera: l’atto di traduzione in parola permette di incrementare la chiarezza delle emozioni ed affetti che si provano. La traduzione in parola di emozioni e di affetti rende possibile la comunicazione e condivisione dei propri stati affettivi; questo permette di sperimentare un canale di sfogo delle emozioni negative, che non sia solo evacuativo come il pianto, ma anche costruttivo.
  • Dedicare del tempo al ricordo della persona, soffermandosi non solo sugli ultimi momenti ma sull’intera vita. Almeno un momento al giorno ci si può lasciare andare ai ricordi, sfogliando fotografie e oggetti della persona cara.
  • Condividere le proprie emozioni e i ricordi con altre persone, anche se a distanza. È importante che i ricordi, in modalità adeguata all’età, possano essere condivisi anche con i bambini.
  • Darsi il tempo di scorgere dentro noi stessi delle eredità positive, che la relazione con la persona defunta ha lasciato in noi. Questo è utile per passare dal vissuto della perdita totale della persona cara, alla consapevolezza che vivrà per sempre nel nostro ricordo e nei gesti o nelle abitudini che sono rimaste nei vivi.

“La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando viene dimenticata. – mi spiegò mia madre poco prima di andarsene. – Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te.” Isabel Allende

PreAdolescenza

In pre-adolescenza, la parte del cervello più attiva è quella che presiede eccitazioni ed emozioni, mentre quella del ragionamento è ancora in fase di costruzione. Si vive qui e ora, in un eterno presente.

Alberto Pellai

La preadolescenza è quell’età di transizione tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza. È una sorta di “terra di mezzo” (Bignamini, 2018) in cui non si è più bambini ma non ancora adolescenti.

Spesso si confondono caratteristiche tipiche di questa fase con tratti dell’adolescenza vera e propria e il rischio è quella di caratterizzarla per quello che avviene prima o per quello che sarà dopo.

Cosa aspettarsi?

Prima di tutto la metamorfosi del corpo. Con l’arrivo della pubertà il corpo perde i tratti angelici dell’infanzia e il divenire di trasformazioni, non sempre armoniche, porta con sé un profondo stravolgimento emotivo. Il corpo e la mente sono sempre interconnessi e allo sviluppo genitale si accompagna la produzione di nuovi ormoni (testosterone, progesterone ed estrogeni) responsabili di modificazioni a livello affettivo ed emotivo. Per le ragazze la tappa ufficiale che sancisce l’uscita dall’infanzia è la prima mestruazione. L’arrivo del menarca rende concreta la percezione dei propri organi genitali interni e i vissuti emotivi possono alternarsi tra orgoglio, per essere diventata una donna, e angoscia, per la ferita invisibile interna e il dolore che le accompagna. L’arrivo della pubertà per i maschi rimane invece un fatto privato, legato alle prime eiaculazioni. Esso ha però lo stesso impatto, rispetto all’avvento di uscita dal tempo dell’infanzia con l’ingresso nel mondo dei grandi.

La preadolescenza è caratterizzata da una profonda disarmonia che vede un’anticipazione dello sviluppo fisico rispetto a quello affettivo e cognitivo. L’arrivo della pubertà in età sempre più precoci ha messo ancora di più in luce questo aspetto, in quanto all’anticipazione di cambiamenti biologici e fisici non si accompagna una precocizzazione dello sviluppo affettivo e cognitivo. Ecco che i ragazzi si ritrovano un corpo già grande, senza le competenze affettive e cognitive per pensarlo ed utilizzarlo.  

Cambia anche il pensiero. Secondo lo sviluppo cognitivo suggerito da Piaget, dagli 11 anni in poi i ragazzi diventano sempre più capaci di slegarsi dalle circostanze concrete in favore di un pensiero astratto. Questa è stata definita la fase delle operazioni formali: il ragionamento ipotetico-deduttivo permette di creare scenari puramente immaginativi e la messa in atto di vari tipi di azione. Durante questa fase si sviluppano: la capacità di giudizio, la relatività dei punti di vista, le operazioni sui simboli e l’attività di misurazione. Lo sviluppo del pensiero è però un processo lento e l’acquisizione di capacità avviene gradualmente. Si avviano i primi pensieri astratti e le prime teorizzazioni autonome, che non sono ancora raffinate come quelle di un adolescente. Il linguaggio del preadolescente è ancora grezzo, poco articolato e poco complesso. Queste nuove capacità di pensiero sollecitano una nuova voglia di affermazione: i preadolescenti iniziano a mettere in discussione le opinioni e le teorie degli adulti. Non bisogna però interpretare questi movimenti come segnali di un’emancipazione vera e propria, tipica dell’adolescenza.

La preadolescenza porta con sé un vero e proprio sconvolgimento emotivo. Il bambino lascia il posto al ragazzo irrequieto, nervoso e sfrontato. È possibile osservare come il comportamento si faccia più impetuoso e a volte incomprensibile, anche per il ragazzo stesso. L’anticipazione di cambiamenti prima nel corpo che nelle capacità affettive e cognitive, determina una caratteristica scissione mente- corpo, tipica di questa fase. Il pensiero non può ancora tradurre in simbolo gli avvenimenti, che accadono concretamente nel corpo, e le emozioni sono agite e portate in una dimensione ancora concreta. Sarà compito dell’adolescenza la simbolizzazione delle trasformazioni e le integrazioni di queste nella costruzione identitaria. I ragazzi in questa fase possono sperimentare vergogna ed imbarazzo per un corpo che ha perso l’equilibrio dell’infanzia e dovrà subire ancora molte metamorfosi prima di acquisire un nuovo equilibrio, nelle forme adulte. Può comparire la paura profonda legata al come quel corpo sarà una volta adulto, e la profonda tristezza per la perdita delle sicurezze dell’infanzia. La preadolescenza è inoltre l’età in cui iniziare a fare i conti con i limiti, lasciando la grandiosità e l’onnipotenza tipiche dell’infanzia. Noia e apatia, possono caratterizzare le giornate. La noia protegge da vissuti emotivi forti e non ancora comprensibili con il pensiero e spiegabili a parole. Possono inoltre presentarsi improvvisi malumori o silenzi ostinati e gesti di rabbia. Questi non sono ancora espressione dell’attacco ai modelli genitoriali, ma manifestazione della tempesta emotiva non ancora pienamente governabile dal pensiero.

Le trasformazioni fisiche, emotive e di pensiero portano all’avvio di un nuovo percorso di separazione ed individuazione, che porterà, al termine dell’adolescenza, alla costruzione identitaria. Il preadolescente deve iniziare a scoprire se stesso e a sperimentare scelte autonome. In questo, il gruppo di amici gioca un ruolo fondamentale, connotato da legami scelti al di fuori delle preferenze degli adulti. In preadolescenza un ruolo importante è svolto dalla comparsa dell’amico/a del cuore. Questa figura, di solito coetanea e dello stesso sesso, svolge un ruolo fondamentale. L’amico, così vicino e simile, rassicura e sgrava dai sentimenti di solitudine che si collegano ai primi movimenti di separazione dalle figure genitoriali. L’amico del cuore non rischia di incastrare in una relazione infantilizzante ed essendo così simile, attraverso il rispecchiamento reciproco, permette di sentirsi simili e diversi, avviando il processo di sperimentazione e ricerca di sé, alla base della costruzione identitaria futura. Anche il gruppo svolge un ruolo prezioso in preadolescenza, in quanto diviene la scena sociale in cui poter dare avvio alla sperimentazione e presentazione delle parti di sé in formazione. In preadolescenza, a differenza di quanto avviene nelle fasi successive, compare il bisogno di essere uguali agli altri. Le richieste di abbigliamento, giochi ecc in serie, parla del bisogno di sentirsi rassicurati rispetto all’essere come gli altri e quindi adeguati. Il tempo dell’adolescenza sarà invece quello della differenziazione e della ricerca di Sé.

La scuola? L’ingresso alla scuola secondaria di primo grado impone una grande rivoluzione, con l’uscita da un ambiente accogliente e materno come quello della scuola primaria. È richiesta una maggiore capacità di tenuta dell’attenzione e le menti dei ragazzi sono sollecitate su nuovi apprendimenti, sempre più complessi. È bene che il preadolescente inizi a sperimentare nuovi livelli di autonomia, nella preparazione dei compiti e delle interrogazioni.  La scuola non è solo il luogo dell’apprendimento, ma è anche lo scenario di sperimentazione del nuovo sé in formazione. I ragazzi portano tra i banchi non solo lo studente, preparato o impreparato, ma portano soprattutto il ragazzo in evoluzione e trasformazione.Lo studio è permeato quindi di questioni che non sono solo connesse all’apprendimento, ma alla crescita e alla sperimentazione del Sé. La scuola può essere il luogo entro cui si giocano conflitti interiori, legati alla separazione dalla famiglia o alle paure legate alla crescita.

E i social network? I preadolescenti sono abili utilizzatori di risorse digitali. È importante ricordarsi che l’immediatezza di utilizzo non rispecchia l’acquisizione di un uso competente e soprattutto consapevole. Per quanto siano apparentemente già capaci di utilizzare internet e social, l’adulto non deve mai dimenticare di dover restare un riferimento educativo. Internet e i social network sono strumenti utilissimi, permettono esperienze di socializzazione, ormai imprescindibili, e proprio per questo è fondamentale che gli adulti siano educatori affinché i ragazzi possano essere in condizione di usare questi strumenti in modo consapevole e di sostegno alla crescita. 

 Letture consigliate :

 Bignamini S. (2018) I mutanti. Come cambia un figlio preadolescente, ed Solferino Vegetti Finzi S., Battistin A.M. (2000) L’età incerta. I nuovi adolescenti, ed. Oscar Mondadori