La metafora del Kintsugi. Dal dolore alla valorizzazione delle cicatrici nella stanza della psicoterapia

Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.

David Richo

La tecnica giapponese del Kintsugi offre una preziosa metafora sul valore delle ferite, delle fratture e dei cambiamenti che una persona può ritrovarsi ad affrontare nel corso della propria esistenza. La riparazione dell’oggetto non ha l’obiettivo di nascondere e camuffare le crepe, ma di valorizzarle attraverso l’uso della lacca urushi e della polvere d’oro pura. Da qui il nome Kintsugi, kin (oro) + tsugi (riparare). Le imperfezioni, segnate dalle fratture ricomposte, rendono l’oggetto unico e ne esaltano il valore1.

Il Kintsugi può essere una buona metafora della psicoterapia. Il punto di partenza è il dolore legato a qualcosa che si è rotto dentro. Da qui il percorso di psicoterapia accompagna la persona non solo verso la consapevolezza dei significati della propria sofferenza; ma anche verso la possibilità di ricucire la ferita stimolando il riconoscimento di risorse ed elementi preziosi ed unici, presenti dentro di sé. Ecco che attraverso la significazione del dolore e la sua rielaborazione, si accede alla trasformazione: il cambiamento non è più catastrofe, ma metamorfosi creativa in cui le cicatrici sono segni da valorizzare e non da nascondere con vergogna. Il trauma della rottura è diventato occasione di costruzione di qualcosa di nuovo, unico e irripetibile. Così come l’oggetto, pur essendo ricostruito sui resti rotti diventa opera d’arte, allo stesso modo le cicatrici della nostra anima possono essere poesia.

Kintsugi Chiaraarté- Chiara Lorenzetti

1 Per un approfondimento sulla tecnica rimando all’articolo della restauratrice Chiara Lorenzetti, che ringrazio per la disponibilità e la condivisione delle immagini https://kintsugi.chiaraarte.it/kintsugi-arte-tecnica-e-metaforaun-articolo-per-fare-chiarezza/

La GARA delle coccinelle

Un libro che parla di cooperazione e amicizia

La gara delle coccinelle è un silent book scritto da Amy Nielander edito da Terre di Mezzo Editore.

I silent book sono albi illustrati, privi di parole, in cui il racconto procede esclusivamente attraverso le immagini.

La gara delle coccinelle parla di una competizione e con grande delicatezza e profondità tratta i temi della rivalità, della vittoria e dell’amicizia.

Come si vede già dalla copertina le immagini sono curate nel dettaglio. Le coccinelle, a grandezza naturale, sono una diversa dall’altra e il lettore può ad ogni pagina soffermarsi sui particolari di ogni partecipante. Tenendo il libro aperto, il campo di gara si estende dalla pagina sinistra, dove è collocata la partenza, alla pagina destra, in cui si trova il traguardo.

La storia parla di condivisione, solidarietà, amicizia, uguaglianza, cooperazione e forza del gruppo.

Pronti, partenza e VIA! La gara ha inizio e le prime pagine si riempiono di tante minuscole coccinelle colorate, in corsa verso il traguardo.
Ad un certo punto una coccinella si distingue dal gruppo e procede più velocemente verso la fine della pagina. Ecco che lei vola veloce ed è l’unica che riesce a passare al di là del foglio.
La coccinella vola sempre più veloce ed è quasi arrivata a tagliare il traguardo, quando si guarda indietro e vede che tutte le altre sono incastrate nelle pieghe del cambio pagina.
Ecco che decide di volare indietro e, anche se sembrano ormai tutte cadute, riesce ad afferrare la prima… e una dopo l’altra, tendendosi per le zampine e formando una lunga catena, grazie a lei, riescono a superare l’ostacolo.
Pagina dopo pagina il cordone si fa sempre più lungo e le prime iniziano a tagliare il traguardo. Ma la coccinella è attenta a che nessuna rimanga indietro. Decide allora di staccarsi dalla catena per raggiungere l’ultima amica, la più lenta.
E mentre il gruppo compatto supera il traguardo, la piccola coccinella veloce e la grande coccinella lenta, tendendosi le zampine, giungono insieme all’arrivo.

È un libro che si rivolge ai bambini, ma che dovremmo leggere anche noi adulti, per ricordarci il valore della collaborazione e del lavoro di squadra.

E allora chi è il vero vincitore? Chi taglia il traguardo per primo o chi torna indietro per aiutare chi è in difficoltà?

L’editore ha messo a disposizione un’anteprima del libro. Vi consiglio di acquistarlo e leggerlo tutto… con o senza bambini!

La gara delle coccinelle  
Published on Jan 26, 2016  Terre di Mezzo Editore

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L’elaborazione del LUTTO

Quando a mancare è una persona a noi cara

Il lutto è un processo che porta alla rielaborazione della morte della persona che viene a mancare. Nella lingua italiana il lutto si riferisce all’esperienza, mentre con il termine cordoglio si fa riferimento al dolore sperimentato.

Si dice che dal lutto si esce cambiati, in quanto la sua elaborazione comporta una ricostruzione del significato della vita e la ricerca di un nuovo senso, come organizzatore dell’esperienza.

Quando il lutto progredisce il sopravvissuto riesce ad integrare gradualmente l’evento nella propria narrativa, rendendo la persona morta un antenato e percependo una sicurezza nel legame con la persona. Gli affetti si modulano nel tempo e alla fine alla persona può formulare una narrazione coerente della perdita della persona cara, potendo al contempo investire nuovamente in progetti di vita e in una dimensione futura. Quando invece permane un’estrema rigidità può essere che ci siano delle complicazioni nella risoluzione del lutto. Il lutto complicato è una forma di dolore che si “impadronisce” della mente di una persona, tanto che gli individui con lutto complicato spesso dicono di sentirsi “bloccati” (Neimeyer et al., 2011; Neimeyer, 2012).

Diversi autori hanno identificato il processo del lutto nella successione di fasi. Freud nel 1915 affronta il tema in “Lutto e Melanconia” lo definisce come il processo che porta inconsciamente la libido ad essere disinvestita, liberata e infine reinvestita verso il mondo. Bowlby (1980) individua quattro fasi di elaborazione del lutto:

-“stordimento”: questa fase è caratterizzata dal rifiuto della notizia. La persona riconosce l’evento cognitivamente, ma lo nega al contempo emotivamente. La negazione fa sì che lo stato emotivo della persona sia eccessivamente calmo, con l’eccezione di scoppi intensi di dolore o rabbia.

– “struggimento”: la morte viene riconosciuta attraverso i riti sociali, attraverso l’organizzazione dei riti di commiato. In questa fase emerge la frustrazione intensa legata all’impossibilità del ricongiungimento e questo può generare rabbia profonda che può essere rivolta verso se stessi, verso gli altri e verso il defunto.

– “disorganizzazione”: è la fase in cui la morte non può più essere negata ed è la fase in cui si deve avviare una revisione di se stessi e della situazione. La persona può sentirsi maggiormente apatica e depressa e distanziarsi dagli altri.

– “riorganizzazione”: da questo momento la persona può iniziare a ri-costruire la narrazione della propria vita introiettando il legame con il defunto.

Kübler-Ross (1969) propone un modello di comprensione delle dinamiche psichiche sottostanti alla rielaborazione del lutto e all’accompagnamento alla morte della persona malata. Il modello identifica 5 fasi, che non sono necessariamente consequenziali ma possono alternarsi nel tempo e ripresentarsi.

-Negazione e rifiuto: la persona avverte come impossibile che sia verificato l’accaduto

– Rabbia: è la fase critica in cui emergono emozioni forti, di rabbia e paura. È il momento in cui può essere più alta la richiesta di aiuto e il ritiro della persona.

-Patteggiamento e contrattazione. È il momento in cui la persona inizia a fare i conti con cosa può ancora controllare e si avvia la ricerca di come fronteggiare la situazione nella propria vita

– Depressione. È la fase in cui si può percepire un senso di sconfitta, è il momento in cui si fa i conti con l’assenza che c’è o che in caso di malattia ci sarà.

– Accettazione. È la fase in cui vi è consapevolezza dell’accaduto o di quello che sta per accadere.

Queste si succedono a livello inconscio, inconsapevole e il loro susseguirsi avviene in modalità differenti per ognuno, in base alle caratteristiche interpsichiche e intrapsichiche.

L’elaborazione del lutto è un processo di adattamento alla perdita della persona amata, caratterizzato da emozioni ed affetti molto perturbanti, tra cui si possono ritrovare la perdita di senso della vita e il dolore straziante della perdita. È importante sottolineare come questi modelli riguardino la morte e il morire e non il dolore. Il dolore è unico, così come ogni morte e ogni persona che lo vive.

Il modello del processo duale di Stroebe e Schut descrive bene l’oscillazione tra due poli, entro cui si muove chi sta elaborando un lutto. Un polo è identificato dalla sperimentazione del dolore connesso alla perdita, l’altro all’evitamento e alla negazione della stessa.

È interessante la visione dinamica del processo che ci offre il modello: le oscillazioni tra i due poli, non patologiche finché in movimento, avvengono anche più volte nella stessa giornata. La complicazione del lutto può esserci quando la fissità va a sostituirsi alla dinamicità. Una certa dose di evitamento è infatti necessaria per tollerare una quota di dolore così intenso, come quello che si sperimenta quando la morte di una persona cara diventa un’esperienza di vita. Nel tempo, le oscillazioni diventano meno marcate e i due poli iniziano ad intrecciarsi e la persona diviene sempre più attiva in questo movimento integrativo.

Theresa Rando teorizza sei processi necessari all’elaborazione del lutto: riconoscimento della perdita; reazione alla separazione con dolore; recupero di ricordi e sentimenti connessi alla persona mancata; modificazione di attaccamenti eccessivi alla persona morta; riadattamento al mondo senza il defunto; reinvestimento su persone, relazioni ed esperienze.

Il lutto è terminato quando la persona si è trasformata in antenato, come figura internalizzata, ed è possibile pensare al defunto con nostalgia ma senza dolore acuto.

Quando la persona riesce a pensare senza disperazione a quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere ma non sarà, quello che potrà essere in futuro.

Primo Gelati

Cosa fare in caso di lutto?

Prima di tutto è necessario accogliere il dolore, attraversarlo e legittimare il proprio modo di sentirlo. Non esiste un modo unico di fare esperienza di questo dolore e quindi è necessario darsi la possibilità di viverlo senza vissuti di inadeguatezza.

La narrazione è la strada attraverso cui nel tempo dar senso alla sofferenza e alla mancanza. La narrazione permette di tradurre in rappresentazione i propri stati emotivi e, attraverso la collocazione nel tempo di emozioni e di ricordi, permette di interiorizzare il legame con la persona scomparsa. Può essere verbale, scritta, grafica e partire da storie e racconti. È un valido strumento di rielaborazione sia per gli adulti che per i bambini. La traduzione in parola, o in disegno, di emozioni e di affetti, rende possibile la loro comunicazione e condivisione; questo permette di sperimentare un canale di sfogo delle emozioni negative, che non sia solo evacuativo, come il pianto, ma anche costruttivo. Condividere le proprie emozioni e i ricordi con altre persone permette di ridurre la sensazione di isolamento e ha un impatto positivo, anche nei bambini.

Soffermarsi sui ricordi e darsi il tempo di sogliare fotografie ed album del passato. Il ricordo, nel tempo, permette di far emergere la presenza di eredità positive, che la relazione con la persona defunta ha lasciato dentro di noi. Questo nel tempo permette di recuperare quella sicurezza data dall’interiorizzazione del legame, presente attraverso il ricordo, oltre lo spazio e il tempo.

Se la disperazione è troppo marcata o ci sente “bloccati” è utile contattare uno psicoterapeuta e iniziare un lavoro che permetta di avviare il processo del lutto, laddove interrotto.

È sempre dura, quando muore una persona, in qualunque circostanza. Si apre un buco nel mondo. E noi dobbiamo celebrare questo lutto. Altrimenti il buco non si chiuderà più.

Haruki Murakami

Bowlby, J. (1980). Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre. Torino: Boringhieri.

Freud, S. (1915). Lutto e melanconia. Torino: Bollati Boringhieri.
Kübler-Ross, E. (1969). On death and dying. New York: Macmillan.

Neimeyer, R. A. (2012). Techniques of Grief Therapy: Creative Practices for Counseling the Bereaved. New York: Routledge.
Neimeyer, R. A., Baldwin, S. e Gillies, J. (2006). Continuing bonds and reconstructing meaning: Mitigating complications in bereavement. In Death Studies, 715-738.


Neimeyer, R. A., Harris, D.L., Winokuer, H.R. e Thornton, G.F. (2011). Grief and Bereavement in Contemporary Society: Bridging Research and Practice. New York: Routledge.

Stroebe M. e Shut H. (1999), The dual process model of coping with bereavement: rationale and description, “Death Studies”, 23, 197-224. Stroebe M.S., Hansson R.O., Stroebe W. e Schut H. (2001), Handbook of bereavement research: consequences, coping and care, American Psychological Association, Washington DC

Rando T. (ed.)(2000). Clinical Dimensions of Anticipatory Mourning: Theory and Practice in working with the Dying, Their Loved Ones, and Their Caregivers. Research Press, Champaign, IL.

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La chiave della felicità è la DISOBBEDIENZA in sé, a quello che non c’è

Quello che non c'è
Ho questa foto di pura gioia 
E' di un bambino con la sua pistola 
Che spara dritto davanti a se 
A quello che non c'è 
Ho perso il gusto, non ha sapore 
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore 
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Arriva l'alba o forse no 
A volte ciò che sembra alba 
Non è 
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo 
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello 
La chiave della felicità è la disobbedienza in se 
A quello che non c'è 
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto 
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco 
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia 
Quello che non c'è 
Curo le foglie, saranno forti 
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti 
Ma questo è camminare alto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Ed ecco arriva l'alba so che è qui per me 
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è 
Fottendosi da se, fottendomi da me 
Per quello che non c'è
Afterhours

Quante volte la sofferenza ci soffoca e stagniamo nell’illusione che ci sia quello di cui abbiamo bisogno?

Parafrasando i versi della canzone, anestetizzare il dolore e inibire la consapevolezza di desiderare quello che non c’è, fa perdere il gusto della vita e dà la sensazione di aver smarrito il controllo e la possibilità di scegliere.

L’estrema difesa dal dolore è data dalla scissione completa da sé delle proprie emozioni “curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi sono morti”.

Ma ecco che “arriva l’alba, so che è qui per me”. Un finale di speranza, quella che tutti noi possiamo infondere nuovamente nella nostra vita quando troviamo il coraggio di fronteggiare ed elaborare le questioni dolorose della nostra esistenza.

La psicoterapia è uno strumento attraverso cui affrontare il dolore, abbassandone la quota, permettendo alle difese di essere meno rigide e più morbide, riacquistando la capacità di cambiare e riprendere il cammino laddove si era interrotto.

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è

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Il Pentolino di Antonino – una storia di diversità e resilienza

Il Pentolino di Antonino è un albo illustrato di Isabelle Carrier che tratta con grande delicatezza il tema della diversità e del percorso di accettazione di sé e dei propri limiti.

Antonino è un bambino a cui un giorno è caduto un pentolino in testa e per via di questo pentolino “non è più lo stesso”. Da quel giorno Antonino non può più staccarsene. È ingombrante, vistoso e centralizza il modo in cui gli altri lo vedono. Dal suo arrivo Antonino ha la percezione che “la gente veda soltanto il pentolino che lui trascina dappertutto, trovandolo strano”.

Il pentolino è di impiccio, si incastra dappertutto ed è un limite che gli impedisce di seguire il ritmo degli altri. Antonino si arrabbia, prova a staccarlo da sé e finisce per essere sgridato per i suoi comportamenti. Incompreso, decide di farsi sempre più piccolo, nascosto dietro il suo pentolino, con il solo desiderio di sparire.

Ma fortunatamente lungo il cammino arriva una persona straordinaria che, accogliendo il pentolino, permette ad Antonino di sentire nuovamente il desiderio di “tirar fuori la testa”. Margherita gli insegna a convivere con il pentolino e a riscoprire un’immagine di Sé integrata. Questa conoscenza permette ad Antonino di accettare, integrare e sperimentare nuovamente se stesso. Il pentolino è ancora lì, ma ora è più leggero. L’accettazione di Sé e del proprio pentolino porta anche gli altri a vedere Antonino per le sue qualità e non solo per i suoi limiti e diversità.

L’albo illustrato offre uno spunto di riflessione importante non solo ai bambini ma anche agli adulti. Simbolicamente il pentolino rappresenta i limiti, che possono essere più o meno evidenti, con cui tutti noi siamo chiamati a fare i conti nella vita. Il pentolino può rappresentare momenti della crescita, di passaggio e di cambiamento, così come eventi traumatici o una malattia.

La storia di Antonino parla di resilienza e del doloroso percorso interno legato all’accettazione, rielaborazione ed integrazione del pentolino all’interno della propria identità.  Fin tanto che non è integrato, il pentolino ha la forza negativa di essere l’organizzatore delle emozioni e delle relazioni di Antonino, fino alla disperazione connessa alla perdita di fiducia e di speranza. La storia racconta bene come a volte dietro un bambino, un adolescente o un adulto “difficile” si celino sofferenze e richieste di aiuto.

La svolta è determinata dall’incontro con una “persona straordinaria” capace di accogliere il pentolino e di rispecchiare quell’Antonino, ormai piccolo piccolo. Questa figura possiamo essere tutti noi, se decidiamo di accostarci all’altro con la giusta delicatezza ricordandoci che:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.”

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La respirazione QUADRATA una tecnica per ridurre ansia e stress

La respirazione quadrata è un esercizio che unisce i vantaggi della visualizzazione a quelli della respirazione.

La tecnica prevede la visualizzazione di un quadrato, preferibilmente blu, e l’abbinamento di ogni lato ad un atto respiratorio.

La tecnica unisce i vantaggi della visualizzazione a quelli della respirazione. La respirazione è uno strumento efficace di regolazione emotiva. Attraverso il controllo della respirazione è infatti possibile inviare segnali di calma al cervello, accedendo nuovamente ad un pensiero più razionale e nuovamente capace di modulare i segnali di allerta che alimentano la sintomatologia ansiosa. La visualizzazione permette di abbassare il livello di allarme concentrando la mente su uno stimolo visivo. Consiglio il colore blu per il suo potere calmante.

L’esercizio è composto da 4 fasi tutte della stessa durata (dai 4 ai 6 secondi)

INSPIRAZIONE

APNEA

ESPIRAZIONE

APNEA

Trova una posizione comoda ed inizia a respirare con il diaframma. Prendi fiato normalmente e…

INSPIRA –> TRATTIENI il fiato –> ESPIRA ­­–> RIMANI VUOTO

Segui l’immagine e alterna le sequenze per 3 minuti.

La tecnica di respirazione quadrata

Presta attenzione a cosa è cambiato!

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