L’elaborazione del LUTTO

Quando a mancare è una persona a noi cara

Il lutto è un processo che porta alla rielaborazione della morte della persona che viene a mancare. Nella lingua italiana il lutto si riferisce all’esperienza, mentre con il termine cordoglio si fa riferimento al dolore sperimentato.

Si dice che dal lutto si esce cambiati, in quanto la sua elaborazione comporta una ricostruzione del significato della vita e la ricerca di un nuovo senso, come organizzatore dell’esperienza.

Quando il lutto progredisce il sopravvissuto riesce ad integrare gradualmente l’evento nella propria narrativa, rendendo la persona morta un antenato e percependo una sicurezza nel legame con la persona. Gli affetti si modulano nel tempo e alla fine alla persona può formulare una narrazione coerente della perdita della persona cara, potendo al contempo investire nuovamente in progetti di vita e in una dimensione futura. Quando invece permane un’estrema rigidità può essere che ci siano delle complicazioni nella risoluzione del lutto. Il lutto complicato è una forma di dolore che si “impadronisce” della mente di una persona, tanto che gli individui con lutto complicato spesso dicono di sentirsi “bloccati” (Neimeyer et al., 2011; Neimeyer, 2012).

Diversi autori hanno identificato il processo del lutto nella successione di fasi. Freud nel 1915 affronta il tema in “Lutto e Melanconia” lo definisce come il processo che porta inconsciamente la libido ad essere disinvestita, liberata e infine reinvestita verso il mondo. Bowlby (1980) individua quattro fasi di elaborazione del lutto:

-“stordimento”: questa fase è caratterizzata dal rifiuto della notizia. La persona riconosce l’evento cognitivamente, ma lo nega al contempo emotivamente. La negazione fa sì che lo stato emotivo della persona sia eccessivamente calmo, con l’eccezione di scoppi intensi di dolore o rabbia.

– “struggimento”: la morte viene riconosciuta attraverso i riti sociali, attraverso l’organizzazione dei riti di commiato. In questa fase emerge la frustrazione intensa legata all’impossibilità del ricongiungimento e questo può generare rabbia profonda che può essere rivolta verso se stessi, verso gli altri e verso il defunto.

– “disorganizzazione”: è la fase in cui la morte non può più essere negata ed è la fase in cui si deve avviare una revisione di se stessi e della situazione. La persona può sentirsi maggiormente apatica e depressa e distanziarsi dagli altri.

– “riorganizzazione”: da questo momento la persona può iniziare a ri-costruire la narrazione della propria vita introiettando il legame con il defunto.

Kübler-Ross (1969) propone un modello di comprensione delle dinamiche psichiche sottostanti alla rielaborazione del lutto e all’accompagnamento alla morte della persona malata. Il modello identifica 5 fasi, che non sono necessariamente consequenziali ma possono alternarsi nel tempo e ripresentarsi.

-Negazione e rifiuto: la persona avverte come impossibile che sia verificato l’accaduto

– Rabbia: è la fase critica in cui emergono emozioni forti, di rabbia e paura. È il momento in cui può essere più alta la richiesta di aiuto e il ritiro della persona.

-Patteggiamento e contrattazione. È il momento in cui la persona inizia a fare i conti con cosa può ancora controllare e si avvia la ricerca di come fronteggiare la situazione nella propria vita

– Depressione. È la fase in cui si può percepire un senso di sconfitta, è il momento in cui si fa i conti con l’assenza che c’è o che in caso di malattia ci sarà.

– Accettazione. È la fase in cui vi è consapevolezza dell’accaduto o di quello che sta per accadere.

Queste si succedono a livello inconscio, inconsapevole e il loro susseguirsi avviene in modalità differenti per ognuno, in base alle caratteristiche interpsichiche e intrapsichiche.

L’elaborazione del lutto è un processo di adattamento alla perdita della persona amata, caratterizzato da emozioni ed affetti molto perturbanti, tra cui si possono ritrovare la perdita di senso della vita e il dolore straziante della perdita. È importante sottolineare come questi modelli riguardino la morte e il morire e non il dolore. Il dolore è unico, così come ogni morte e ogni persona che lo vive.

Il modello del processo duale di Stroebe e Schut descrive bene l’oscillazione tra due poli, entro cui si muove chi sta elaborando un lutto. Un polo è identificato dalla sperimentazione del dolore connesso alla perdita, l’altro all’evitamento e alla negazione della stessa.

È interessante la visione dinamica del processo che ci offre il modello: le oscillazioni tra i due poli, non patologiche finché in movimento, avvengono anche più volte nella stessa giornata. La complicazione del lutto può esserci quando la fissità va a sostituirsi alla dinamicità. Una certa dose di evitamento è infatti necessaria per tollerare una quota di dolore così intenso, come quello che si sperimenta quando la morte di una persona cara diventa un’esperienza di vita. Nel tempo, le oscillazioni diventano meno marcate e i due poli iniziano ad intrecciarsi e la persona diviene sempre più attiva in questo movimento integrativo.

Theresa Rando teorizza sei processi necessari all’elaborazione del lutto: riconoscimento della perdita; reazione alla separazione con dolore; recupero di ricordi e sentimenti connessi alla persona mancata; modificazione di attaccamenti eccessivi alla persona morta; riadattamento al mondo senza il defunto; reinvestimento su persone, relazioni ed esperienze.

Il lutto è terminato quando la persona si è trasformata in antenato, come figura internalizzata, ed è possibile pensare al defunto con nostalgia ma senza dolore acuto.

Quando la persona riesce a pensare senza disperazione a quello che è stato, quello che avrebbe potuto essere ma non sarà, quello che potrà essere in futuro.

Primo Gelati

Cosa fare in caso di lutto?

Prima di tutto è necessario accogliere il dolore, attraversarlo e legittimare il proprio modo di sentirlo. Non esiste un modo unico di fare esperienza di questo dolore e quindi è necessario darsi la possibilità di viverlo senza vissuti di inadeguatezza.

La narrazione è la strada attraverso cui nel tempo dar senso alla sofferenza e alla mancanza. La narrazione permette di tradurre in rappresentazione i propri stati emotivi e, attraverso la collocazione nel tempo di emozioni e di ricordi, permette di interiorizzare il legame con la persona scomparsa. Può essere verbale, scritta, grafica e partire da storie e racconti. È un valido strumento di rielaborazione sia per gli adulti che per i bambini. La traduzione in parola, o in disegno, di emozioni e di affetti, rende possibile la loro comunicazione e condivisione; questo permette di sperimentare un canale di sfogo delle emozioni negative, che non sia solo evacuativo, come il pianto, ma anche costruttivo. Condividere le proprie emozioni e i ricordi con altre persone permette di ridurre la sensazione di isolamento e ha un impatto positivo, anche nei bambini.

Soffermarsi sui ricordi e darsi il tempo di sogliare fotografie ed album del passato. Il ricordo, nel tempo, permette di far emergere la presenza di eredità positive, che la relazione con la persona defunta ha lasciato dentro di noi. Questo nel tempo permette di recuperare quella sicurezza data dall’interiorizzazione del legame, presente attraverso il ricordo, oltre lo spazio e il tempo.

Se la disperazione è troppo marcata o ci sente “bloccati” è utile contattare uno psicoterapeuta e iniziare un lavoro che permetta di avviare il processo del lutto, laddove interrotto.

È sempre dura, quando muore una persona, in qualunque circostanza. Si apre un buco nel mondo. E noi dobbiamo celebrare questo lutto. Altrimenti il buco non si chiuderà più.

Haruki Murakami

Bowlby, J. (1980). Attaccamento e perdita. Vol. 3: La perdita della madre. Torino: Boringhieri.

Freud, S. (1915). Lutto e melanconia. Torino: Bollati Boringhieri.
Kübler-Ross, E. (1969). On death and dying. New York: Macmillan.

Neimeyer, R. A. (2012). Techniques of Grief Therapy: Creative Practices for Counseling the Bereaved. New York: Routledge.
Neimeyer, R. A., Baldwin, S. e Gillies, J. (2006). Continuing bonds and reconstructing meaning: Mitigating complications in bereavement. In Death Studies, 715-738.


Neimeyer, R. A., Harris, D.L., Winokuer, H.R. e Thornton, G.F. (2011). Grief and Bereavement in Contemporary Society: Bridging Research and Practice. New York: Routledge.

Stroebe M. e Shut H. (1999), The dual process model of coping with bereavement: rationale and description, “Death Studies”, 23, 197-224. Stroebe M.S., Hansson R.O., Stroebe W. e Schut H. (2001), Handbook of bereavement research: consequences, coping and care, American Psychological Association, Washington DC

Rando T. (ed.)(2000). Clinical Dimensions of Anticipatory Mourning: Theory and Practice in working with the Dying, Their Loved Ones, and Their Caregivers. Research Press, Champaign, IL.

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La chiave della felicità è la DISOBBEDIENZA in sé, a quello che non c’è

Quello che non c'è
Ho questa foto di pura gioia 
E' di un bambino con la sua pistola 
Che spara dritto davanti a se 
A quello che non c'è 
Ho perso il gusto, non ha sapore 
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore 
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Arriva l'alba o forse no 
A volte ciò che sembra alba 
Non è 
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo 
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello 
La chiave della felicità è la disobbedienza in se 
A quello che non c'è 
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto 
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco 
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia 
Quello che non c'è 
Curo le foglie, saranno forti 
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti 
Ma questo è camminare alto sull'acqua e 
Su quello che non c'è 
Ed ecco arriva l'alba so che è qui per me 
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è 
Fottendosi da se, fottendomi da me 
Per quello che non c'è
Afterhours

Quante volte la sofferenza ci soffoca e stagniamo nell’illusione che ci sia quello di cui abbiamo bisogno?

Parafrasando i versi della canzone, anestetizzare il dolore e inibire la consapevolezza di desiderare quello che non c’è, fa perdere il gusto della vita e dà la sensazione di aver smarrito il controllo e la possibilità di scegliere.

L’estrema difesa dal dolore è data dalla scissione completa da sé delle proprie emozioni “curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi sono morti”.

Ma ecco che “arriva l’alba, so che è qui per me”. Un finale di speranza, quella che tutti noi possiamo infondere nuovamente nella nostra vita quando troviamo il coraggio di fronteggiare ed elaborare le questioni dolorose della nostra esistenza.

La psicoterapia è uno strumento attraverso cui affrontare il dolore, abbassandone la quota, permettendo alle difese di essere meno rigide e più morbide, riacquistando la capacità di cambiare e riprendere il cammino laddove si era interrotto.

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è

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